televisione.ilcannocchiale.it TELEVISIONE | televisione.ilcannocchiale.it | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

TELEVISIONE..NO GRAZIE MEGLIO LA RETE ..leggere..commentare..scrivere
Benzina a tre centesimi (d'euro) al litro
post pubblicato in Diario, il 28 aprile 2008
 
LE ACCISE IN ITALIA  
COSA SUCCEDE IN KOSOVO   
Il crollo degli U.S.A.
petrolio a 150 dollari 

Cosa vuole la Cina 
perchè aumenta il grano 
Le citta' più sporche del mondo  
Un mare di plastica 
Una recessione necessaria 
Il nostro pianeta è un forno a microondepianeta



Venezuela 


































Benzina a tre  centesimi (d'euro) al litro  E... BIRRE IN SPIAGGIA
       Non solo la producono, ma le hanno attribuito significati politici. Nel 1989 tentarono di raddoppiarne il prezzo: una rivolta da 3000 morti. Da allora è diventato tabù. Aumenta l’inflazione ma mai il costo della benzina. Non è oro anche se luccica: gran parte del tempo poi lo passate nel traffico. 

   Birra sulla spiaggia


    Fenomeno  di massa a Caracas    

Caracas si svuota. Appena può, chi può, scappa. Verso il mare. Una metropoli intera si riversa sulle coste, occupa posadas, alberghi, e anche metri quadri per piazzare le tende. Il Pil non si fa nella metropoli, ma sui Caraibi. Si scatena la tipica “gozadera”, meno peccaminosa e più familiare di quanto s’immagini. In spiaggia le borsa-frigo arrivano piene di birre, alcolici. Si beve, si beve, si beve. Rito familiare, anche di ricongiunzione: il mare ebbrio, perché di ebbri, è tipico di queste coste bianche. Sulla battigia si è formata la cultura caraibica, che poi è danza e ritmo. In Venezuela, sulle spiagge, si scatenano i Tambores. Balli da percussioni, e corpi tarantolati. Si dimenano in due (ma le star sono le donne), e tutti gli altri in cerchio a guardare. Poi , a caso,arriva un uomo che spinge fuori l’uomo, una donna che spinge fuori la donna, la coppia cambia continuamente. Potrebbe durare all’infinito. Dura.Tre passi: 1) si va sulla spiagga 2) si portano tutti gli alcolici del mondo nella borsa-frigo 3) non contenti, si compra la birra. Tutti, dico tutti, alla fine sono ebbri. Un po’ di tambores, salsa e merengue, e poi si torna a casa, felici.  Meno le spiagge: bottiglie dappertutto.


da   http://www.notiziedacaracas.it/
crisi alimentare e scavenging.
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2008

un sacco da 23 chilogrammi di riso ad Haiti costa 53 dollari

16 senatori su 27 hanno già espresso il loro parere contro il governo nazionale di Haiti, impantanato nella crisi più grave degli ultimi anni.
Le misure adottate per risolvere la situazione disperata dal primo ministro, Jacques Edouard Alexis hanno grandi oppositori gli stessi contrari al presidente Rene Preval,  rinchiuso al sicuro nel suo palazzone di Port-au-Prince, dove sta passando certamente un brutto momento.

Il presidente  anche se riuscisse a far dimettere Alexis, ascoltando le richieste dei politici haitiani, rischia certamente molto. La situazione è incontrollata. La disoccupazione fa strage del popolo come purtoppo già da molto tempo non  è una novità, se ad essa non si fosse affiancato un demone ancora più grosso e spietato, la fame. Un sacco da 23 chilogrammi di riso ad Haiti costa 53 dollari, un dramma x la nazione perché la maggior parte della popolazione vive con poco meno di 2 dollari al giorno.

L’impennata dei prezzi dei generi alimentari: più 40 per cento solo considerando il secondo semestre del 2007. Alimenti più cari, e spese maggiorate per il loro acquisto. Una preoccupazione per molti nel globo. Un dramma per la gente dell’isola.

A poco è servito il meeting d’urgenza indetto dal presidente con le società di importazione alimentare. Abbassare del 15 per cento, vale a dire di 8 dollari –da 51 a 43- il prezzo di un sacco di riso non ha sortito gli effetti sperati. Qualcuno ci ha anche rimesso la vita. Questa volta è toccato ad un peacekeeper delle Nazioni Unite, centrato in pieno da una pallottola sparata da ignoti nelle vie della capitale nella giornata di sabato. Preval ha intanto annunciato che le somme stanziate come aiuti da parte della comunità internazionale verranno investite nell’acquisto di generi di prima necessità.

Ha perfino iniziato un braccio di ferro serrato con il settore privato nazionale, costringendo le aziende ad accettare un’ulteriore ipotetica riduzione del prezzo di altri 3 dollari. Un accorato appello è stato lanciato al Venezuela, affinchè invii al più presto in loco tonnellate di fertilizzante da indirizzare nelle campagne desolate, a quel settore agricolo ormai in ginocchio. In città la situazione non è affatto migliore. Centinaia di manifestanti continuano a scontrarsi con i peacekeepers. Lo stesso comandante della missione delle Nazioni Unite ad Haiti, Carlos Alberto Dos Santos Cruz, ammette candidamente che l’unica speranza per l’isola sia rappresentata da un pacchetto di riforme.

Una vita pacifica per la gente del posto. Cambiamenti politici, sociali, economici sono l’unico argine all’imperante ondata di instabilità che sta mettendo a ferro e fuoco i villaggi e le colline. Paradossalmente, nell’inglese forbito delle parole che utilizza per descrivere le condizioni della popolazione, diventa oggi difficile distinguere la parola “hungry”, affamati, da “angry”, rabbiosi. Le barricate che puntellavano il suolo delle vie principali della capitale sono state smantellate già da giovedì. Le cataste di pneumatici dati alle fiamme giacciono ora in disordine a bordo strada.

L’assedio di martedì al palazzo presidenziale è stato sciolto. Sulle prime, anche l’intervento dei caschi blu brasiliani, precipitatisi sul posto con le jeep per allontanare i rivoltosi con proiettili di gomma e gas lacrimogeno, era sembrato poco più di un palliativo. Il presidio delle forze internazionali aveva realizzato un cordone di sicurezza fatto apposta per il palazzo di Preval. Un tassello blindato nel mosaico del caos. Appena poche centinaia di metri più avanti, un drappello sparuto di manifestanti aveva tentato di estrarre a forza una donna dal veicolo sul quale viaggiava.

Questa è l’immagine migliore di un’isola in pericolo. E dei suoi 8 milioni e mezzo di figli, l’80 per cento dei quali è costretto a vivere al di sotto del limite di povertà. Una Haiti che piange ancora per i suoi guai. E per la fame infinita. Per quel prezzo del riso, raddoppiato nel giro di appena due mesi, mentre si impennava anche il costo del carburante. I più disperati si cibano ormai di rudimentali biscotti ottenuti impastando olio vegetale, sale e immondizia. “Io paragonerei questa situazione a quella che si verifica quando una persona è costretta ad andare in giro con una tanica di benzina, avendone intorno un’altra che maneggia fiammiferi” confessa Patrick Elie, collaboratore del presidente Preval.    

“Se i due finiscono per incontrarsi sono guai seri” chiosa con naturalezza. Di fronte alle auto incendiate, alle finestre sfondate e ai palazzi divorati dal fuoco diventa sempre più difficile far finta di non udire i lamenti. Molti nostalgici sognano addirittura un ritorno del deposto presidente Jean-Bertrand Aristide. “Il progresso qui è estremamente fragile, e per di più facilmente reversibile” ha detto serissimo l’inviato delle Nazioni Unite Hedi Annabi. Altri haitiani incolpano i 9.000 effettivi delle Nazioni Unite, giunte sull’isola nel 2004, dopo la sommossa che accompagnò la caduta dello stesso Aristide.

Il governo, o ciò che ne resta, insiste sul sospetto di una regia esterna per i disordini. Nel mirino ci sono i trafficanti di stupefacenti. E Guy Philippe, boss della droga e leader ribelle già datosi alla macchia, che ha oggi alle calcagna anche i servizi segreti degli Stati Uniti. In questa ridda di voci haitiane, infine, non può mancare la lettera dei 16 senatori all’indirizzo dell’ormai inviso primo ministro Alexis. Sbirciando fra le righe del testo, si legge un “è ovvio che la maggioranza della popolazione non crede più nella capacità del governo di intraprendere misure coraggiose per fronteggiare la miseria che la gente è costretta ad affrontare ogni giorno.”

E’ proprio questo che occorre oggi all’isola di Haiti: un coraggio immenso per battersi contro lo spettro della miseria. E qualcuno disposto a risvegliare dentro di sé questa preziosa dote. Perché finora sembra proprio sia stato fatto troppo poco. E troppo tardi.

da  http://www.articolo21.info/rubrica.php?id=41&table=rub_OSSERVATORIOESTERI


 




Tratto dal supplemento di Repubblica di mercoledì 2 Giugno"...."The New York Times"

Dove non c’è niente da mangiare, ci si accontenta di cuoio, polvere insetti.

DONALD G. McNEIL Jr.

Tutti i cespugli di mukhet vicino, ai campi profughi del Ciad orientale sono stati ripuliti. E l’ultimo avvertimento degli uomini del Programma alimentare mondiale a beneficio degli oltre 100.000 sudanesi dai combattimenti nel loro paese, e che ora patiscono la fame.
Le bacche di mukhet sono velenose e devono essere tenute, a, bagno per giorni per rimuovere le tossine. Dopo averle fatte essiccare devono essere triturate, ma la farina che se ne ottiene ha uno scarso valore nutritivo.
Nelle bidonville di Haiti capita di vederebiscotti impastati a forma di spirale stesi a essiccare al sole. Sembrano quasi invitanti finché non ti dicono gli ingredienti burro, sale, acqua e terra.
In un mondo in cui i ricchi spendono milioni di dollari per evitare di assumere carboidrati e in cui le Nazioni Unite dichiarano l’obesità una minaccia sanitaria mondiale, la crudele realtà è che sono molto più numerose le persone che ogni giorno si devono ingegnare per ricavare il fabbisogno calorico sufficiente.
In Malawi, i bambini vendono spiedini di topo per strada. In Mozanbico, quando le cavallette mangiano i raccolti, la gente mangia le cavallette, ribattezzate “gamberi volanti”per il loro sapore di pesce.
In Ghana, la gente scava nei formicai e nei termitai per tirare fuori i minuscoli semi che gli insetti hanno stipato nei loro magazzini. Alcuni di questi semi provocano fatali reazioni allergiche.
In Liberia, durante la guerra civile de 1989, tutti gli animali dello zoo nazionale, tranne un leone guercio, furono divorati. Cani e gatti sparirono dalle strade della capitale.
Ma almeno queste sono proteine fresche. Durante l’assedio di Kuito in Angola nei primi anni 90’ Carlos Sicato, dipendente del Programma alimentare mondiale, raccontava di un uomo che aveva promesso alla sua famiglia, mostrando loro una vecchia sedia: "Se non ci ammazza oggi, sopravviveremo per altri quattro giorni". Tenne a bagno, il cuoio per 15 ore, per farlo ammorbidire e rimuovere i prodotti chimici usati per la conciatura. Poi, mettendolo a bollire, si fece una"zuppa d'agnello'.
Anne Sophie Fournier, direttrice della filiale americana di Action contre la faim, dice di aver letto che durante le carestie,degli anni '30 in Unione Sovietica la gente mangiava anche i mobili. La scena del film La corsa all'oro,. in cui Charlie Chaplin, intrappolato in una capanna di legno nello Yukon, si mangia la scarpa (in realtà era fatta di liquirizia), non era del tutto campata per aria.
La fame fa emergere quelli, che gli esperti nella lotta alle carestie chiamano "meccanismi di adattamento". Le donne eritree si legano, pietre piatte sulla pancia per alleviare i morsi della fame. In molti paesi le madri mettono a bollire le pietre e dicono ai bambini che la cena è quasi pronta, sperando, che nell'attesa si addormentino. Non mangiare funziona, dicono, gli esperti di carestie, almeno per un po'. I contadini che vivono di stenti sanno che, se riescono a razionare quello che è rimasto e a tirare avanti un altro po', forse la pioggia arriverà. O arriveranno camion dell’Onu carichi di biscotti iperproteici e zuppe di soia e granturco.
"Gli scioperi della fame dimostrano, che, in un ambiente controllato, la gente può vivere fino a 40 giorni senza mangiare", dice Patrick Webb direttore, della nutrizione per il Pam. "Ma una situazione di carestia non si può definire un ambiente controllato".
Dal. 1500, affermano gli storici dell’Economia, nessuna carestia è stata provocata unicamente dalla mancanza di,cibo. La siccità può distruggere i raccolti, ma c’è sempre un elemento politico che, impedisce l’arrivo dei soccorsi: l’indifferenza inglese durante la carestia delle patate in. Irlanda, la volontà del regime maoista di schiacciare i contadini durante il Grande Balzo in Avanti la guerra fra clan in Somalia che costrinse a chiudere i porti.
Nessun regime democratico, ha mai dovuto affrontare una carestia di massa.
Mangiare la terra è un meccanismo di adattamento che si rivela utile in periodi di difficoltà. In medicina viene chiamato pica e tra i popoli ricchi è considerato una patologia, ma tra i poveri può essere utile per aggiungere minerali alla dieta..
Nei mercati dello Zambia si vendono balle di argilla commestibile. In Angola, un terriccio scuro chiamato "sale nero" viene aggiunto al cibo freddo, ma non può essere cotto perché altrimenti perde il sapore.

Haiti è il paese più povero dell'emisfero occidentale dove la denutrizione è molto diffusa e il 76 per cento della popolazione vive con 2,25 dollari al giorno. Oltreciò, essendo di frequente soggetto alla furia d'inondazioni e calamità varie, è bastata la stagione degli uragani del 2007, a causare un aumento dei prezzi alimentari del 40 per cento. E le provviste sono scarse. Per questo la Fao (Food and Agriculture Organisation) ha dichiarato l'isola caraibica in stato di emergenza.

Tutto ciò, naturalmente, ha costretto molti dei poveri della capitale Port-au-Prince ad industriarsi in qualche modo, nella speranza di poter sopravvivere... Così, ora che la fame si è fatta più nera, anche la terra si è trasformata in cibo.

Difatti i prezzi degli alimenti in continuo aumento e la scarsità delle provviste hanno costretto molti abitanti di Haiti a mangiare delle specie di biscotti fatti con un composto di terra mescolata con acqua, sale e margarina vegetale. Questi biscotti, la cui argilla proviene dalla regione dell'altopiano centrale dell'isola, vengono prima stesi al sole a seccare e poi venduti al market della slum di Haithi La Salines, dove attualmente due tazze di riso vengono vendute a 60 centesimi di dollaro, più 10 centesimi del dicembre scorso e 50 per cento in più rispetto a un anno fa... Fagioli, latte condensato e frutta hanno subito un analogo destino.

Tuttavia, la tradizione vuole che quella particolare argilla venga mangiata dalle donne incinta come un antiacido e fonte di calcio. Il professor Gerald Callahan, immunologo del Colorado State University, dice che il fango può contenere parassiti o tossine pericolose, ma può anche rafforzare l'immunità del feto ad alcune malattie.

Intanto, mentre questo espediente alimentare sta salvando molte vite umane... il prezzo dell'argilla utilizzata per fare i biscotti è aumentato considerevolmente...



Scavenging

Qualcuno anni fa ipotizzò una seconda fase della crisi globale, quella definita "scavenging". Ovvero, il recupero e riutilizzo dei prodotti della società dei consumi in una futura epoca di scarsità.

Altri sostengono che noi, almeno nei Paesi occidentali, abbiamo completamente perso la capacità di riutilizzare, avendo dimenticato le necessarie conoscenze low-tech.

Ebbene, le notizie paiono smentire chi non ha fiducia nelle capacità di adattamento umane, che durate millenni non si perdono per qualche decennio di vita comoda. Mentre tutti continuiamo a gettar via automobili come scarpe vecchie, in USA ci sono abilissimi ladri capaci di scivolare sotto le auto di un parcheggio, smontare la marmitta catalitica e filarsela in pochi minuti con un bel po' di marmitte sottobraccio.

Una marmitta è per noi un pezzaccio di ferro puzzolente. Cosa può mai attirare un ladro? Il platino, ad esempio: il 60% del platino mondiale finisce nelle catalitiche. E anche se la quantità è talmente minima da non aver mai fatto gola a nessuno, in un momento in cui la produzione di platino è piatta e la richiesta cresce del 14% all'anno ecco pronto chi riempie il gap tra domanda e offerta.

Naturalmente non è questo il modo più etico di riciclare, ma sta succedendo lo stesso con il rame. La rete ferroviaria europea è oggi vittima di continui furti di rame, e c'è chi racconta divertito di avere visto a Napoli dei negozietti con cartelli "vendesi rame"... non certo di provenienza mineraria.

Anche se non siamo ancora alla fase "scavenging", cominciamo ad assistere ad una prima convivenza tra la civiltà del consumo e dello spreco e piccole nicchie di recupero e riuso. Anche il mio elettricista (che come tutti i suoi colleghi è noto per disseminare cantieri di fili tagliuzzati) mi raccontava che ora recupera pazientemente tutti i pezzettini di prezioso filo di rame per poi rivenderlo e recuperare qualche soldo.

Qualcuno, insomma, comincia a non sprecare più. Peccato che, come sempre, questo accada solo quando si tocca il portafoglio


E i biscotti di terra di Haiti, chiamati argile o terre, non sono l'ultima risorsa contro la fame. Sono un piatto tipico dei poverissimi, a metà fra uno spuntino e un atto disperato.. Da anni sono regolarmente prodotti e commerciati. L’argilla viene impastata con la margarina o il burro, insaporita con sale, pepe e dadi per brodo, divisa in migliaia di biscotti e messa in “forno” cioè appoggiata. su lenzuola di cotone stese sul pavimento di, cortili assolati e tenuti puliti a questo scopo. Costano circa un centesimo di dollaro l’uno.

PER RICORDARE A COSA SERVE L'AGRICOLTURA....

Parlare di alimentazione significa parlare, anzitutto, di agricoltura e di tecniche agricole. La coltivazione dei campi ha consentito all'uomo, fin dalla preistoria, di ottenere, su piccole porzioni di terreno, una quantità di cibo impensabile ..SEGUE



da  http://crisis.blogosfere.it/2008/01/a-caccia-di-materie-prime.html
crisi alimentare
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2008

Global crisi alimentare: la fame affligge Haiti e il mondo

Di Stephen Lendman

 

Ecco online istantanee della situazione in parti dell'Asia:

 

-- Agricoltori filippini  catturati per  accaparramento di riso rischiano una vita l’ergastolo per "sabotaggio economico";

 

-- Migliaia di indonesiani (Jakarta) sono  stati sorpresi  nella distruzione dei loro mezzi di sussistenza  per l’accaparramento di soya

 

-- Una  con autosufficienza alimentare come Giappone e Corea del Sud stanno reagendo "amaramente (come), al calo di alimenti stock-to-consumo  è oggi il rapporto più basso di tutti i tempi";

 

-- L'India non è più in grado di esportare milioni di tonnellate di riso; è invece costretto ad avere una "speciale riserva strategica alimentare, in cima alle attuali scorte, grano e riso;"

 

-- La Thailandia  che è il più grande produttore di riso, ha aumentato il suo prezzo  del 50% negli ultimi mesi;

 

-- Paesi come le Filippine e Sri Lanka sono costretti ha scorte militari per la sicurezza delle forniture di riso; gli altri paesi asiatici stanno lottando per far fronte ai prezzi  che salgono e gli insufficiente approvvigionamenti;

 

-- Globale, il riso è l'alimento base per tre miliardi di persone, un terzo di loro sopravvivono con meno di $ 1 al giorno e sono in fascia  di  "insicurezza alimentare;" significa che hanno fame e a maggio rischiano  la morte  se non verranno aiutati.

 

 

 I consumatori di paesi ricchi si servono nei supermercati e, in tempi di crisi, deviano i consumi dai beni superflui a quelli strettamente necessari non mettendo in pericolo la  propria sopravvivenza.

Un calo dei consumi è un segnale però si sintetizza creando un certo disagio al mercato, differente è in altri paesi del mondo dove le persone povere  sono il fulcro del grande consumo, questa gente  purtroppo momenti di crisi rischiano  e si espongono al probabile disagio della fame. Aumentano in tutto il mondo i prezzi dei prodotti alimentari,  segni di proteste e disordini giungono, dal Messico,Indonesia, Yemen, Filippine, Cambogia, Marocco, Senegal,Uzbekistan,Guinea,Mauritania, Egitto, il Camerun, Bangladesh, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Perù, Bolivia e Haiti,paesi  che hanno quasi sempre una produzione autosufficiente. Oggi invece per questi paesi non vi  è più autosufficenza alimentare ed il consumo interno è sopperito da forti importazioni in balia di aumenti imposti dalle agro-alimentari.

La penuria di grano in Perù e'cosi' acuta che molti militari sono costretti fare il pane con  la farina di patate. In Pakistan, migliaia di camion che trasportano grano e farina sono scortati da le truppe militari. In Thailandia, i campi di riso degli agricoltori sono controllati con turni di guardia dai proprietari in balia di contini furti notturni da parte di ladri affamati. Negli ultimi mesi il prezzo del riso è quasi  raddoppiato, ed e'crisi  per la metà o più della popolazione mondiale.

L'aumento dei prezzi e la scarsità del prodotto ha spinto alcuni dei maggiori produttori mondiali come  la Thailandia (il più grande esportatore), ad esportare meno, seguono a ruota  il Vietnam, India, Egitto, Cambogia . Molti produttori di altri cereali stanno facendo lo stesso, l'Argentina, il Kazakistan e la Cina con meno si esporta  più l'aumentano i pezzi.

Altro fattore rilevante è l’aumento del petrolio e dei costi di trasporto e la sua  la crescente domanda nei paesi asiatici, ancora speculazione, parassiti nel sud-est asiatico e  australiano nei trascorsi 10 anni,  siccità, e inondazioni in Bangladesh e in altri paesi, 45 giorni a freddo polare  in Cina il tutto sommato  alla diversione per i biocarburanti ne conviene  una crescente crisi mondiale. Contemporaneamente, di milioni di cinesi e indiani hanno redditi più elevati,  e stanno modificando le loro abitudini alimentari, si consumano più carne di pollo e altri prodotti di origine animale che sul posto  creano enormi esigenze per la produzione di cereali.

 

L'ONU Food and Agricultural Organization (FAO) ha riferito che i costi del cibo sono aumentati in tutto il mondo di quasi il 40% nel 2007,  il 42%  dei cereali e di quasi il 80% i prodotti lattiero-caseari . La Banca mondiale ha constatato che  prezzi dei prodotti alimentari sono cresciute del 83% dal 2005.

 Le agenzie di aiuto alimentare , quali le Nazioni Unite del World Food Program (WFP) a causa dell’aumento dei costi  del cibo e energetici, ha inviato un appello urgente ai donatori,  per il giorno 20 Marzo  utile a colmare  $ 500 milioni di divario  attuali .  I prezzi dei generi alimentari continuano ad aumentare e non mostrano segni di controtendenza. Per i poveri del mondo, come la gente di Haiti, la situazione è disperata, la gente non può permettersi il cibo,hanno fame e non rendono.

 

Haiti - la fame nel mondo poster bambino

 

Haitain

 

La crisi è così estrema che la gente consuma fango cookies (chiamato "pica") per alleviare la fame. E 'un disperato rimedio haitiano di cibarsi mescolando un composto di terra con acqua, sale e margarina vegetale. Questi biscotti, la cui argilla proviene dalla regione dell'altopiano centrale dell'isola, vengono prima stesi al sole a seccare e poi venduti al market della slum di Haithi La Salines, dove attualmente due tazze di riso vengono vendute a 60 centesimi di dollaro, più 10 centesimi del dicembre scorso e 50 per cento in più rispetto a un anno fa e solo pochi possono fare aquisti. In affollate baraccopoli, la gente utilizza  per un  pasto una combinazione di terra, sale e verdura essendo tutto quello che possono permettersi. A Port-au-Prince AP alcuni  reporter  commentano questo cibo "una buon consistenza (ma) il tasso di secchezza impasta bocca e lingua non appena  lo si assaggia, uno sgradevole sapore  rimane a lungo ". Ma la peggio cosa è che danneggia la salute umana. Un cookie di fango causa grave malnutrizione, angoscia intestinale, e  altri effetti deleteri potenzialmente mortali x  le tossine e parassiti che probabilmente sono nella terra che lo compongono

 

E’ incredibile ma il costo di questo killer da stomaco è in forte aumento.Gli Haitiani x comprare,  "l’ argilla commestibile" pagavano l’anno scorso quasi $ 1,50, seviva per  produrre circa 100 cookie (circa 5 centesimi ciascuno), oggi occorrono  circa $ 5, prezzo inferiore a qualche cibo decente eppure molti haitiani non possono permetterseli.

 

-- 80% di loro sono in stato di emergenza alimentare e Haiti è divenuto uno dei più poveri paesi del mondo;

 

-- La disoccupazione è dilagante, e due terzi o più dei lavoratori hanno solo sporadici posti di lavoro e, guadagnando qualche  decina di centesimi all'ora; ufficialmente nel paese il salario minimo è pari a € 1,80 al giorno, ma fonti  esterne dalle ufficiali indicano che  il 55% dei lavoratori haitiani ricevere solo 44 centesimi al giorno, una cifra insufficiente per vivere.

 

Ecco come vivono gli haitiani.

Hanno grandi famiglie, vivono in case di cartone o di latta, non c'è acqua corrente, poca o niente energia elettrica, le condizioni di vita ed igieniche sono spaventose. Le lenzuola sono spesso infestate da nugoli di  mosche, non ci sono servizi igienico-sanitari,  l'immondizia è  sparsa ovunque. I bambini sono sempre affamati, non c'è mai abbastanza cibo, un misero pasto al giorno è l’obbiettivo di molti che guardano alla sola sopravvivenza. Le malattie più comuni sono altamente diffuse, e le prospettive di vita sono molto basse. I Caschi Blu della  "missioni di pace" nulla possono contro la violenza delle bande in comunità come Port-au-Prince's Cite Soleil che calpestano qualsiasi legge.

La situazione sanitaria è ssolutamente disastrosa:  in tutta la regione del nord-est (dove si trova anche Port-de-Paix), non ci  sono medici  sufficenti , pochi  infermieri, e pochissimi chirurghi, solo qualche anestesista.

Ora, con questa crisi alimentare, gli haitiani sono nelle strade alla ricerca disperata di qualsiasi cosa possa offrire un lavoro o cibo.  Iprezzi per gli  essenziali  sono  triplicati negli ultimi anni il presidente, e il primo ministro del governo  non  hanno fatto praticamente nulla x risolvere la situazione . Per giorni,ci sono state proteste erano in tutto il paese.
Il popolo x giorni in tutto il paese ha violentemente protestato sfasciando migliaia di finestre,  edifici danneggiando automobili , saccheggiato negozi alla ricerca di  cibo. Assembramenti davanti al palazzo presidenziale, si sono composti al grido "siamo affamati" chiedendo a gran voce le dimissioni del  Presidente Rene Preval .

segue...

da http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8754

 

 

Ecco online istantanee della situazione in parti dell'Asia: 


Nuovo record del prezzo del riso

LA7.it: Servizio di Giorgio Meletti - 20/04/2008

La penuria di cereali nel Terzo mondo sta diventando un' emergenza politica internazionale

Rivolte per il pane,è allarme globale

INDIA
Senza freni il prezzo del riso, l’India ne proibisce l’esportazione
Il prezzo è raddoppiato in 3 mesi. Misure simili già prese da Vietnam, Egitto e Cambogia, mentre la Thailandia ne discute. Ora si teme una corsa al rialzo. La Cina “costretta” a togliere i prezzi imposti e pagare di più gli agricoltori.


I prezzi dei cereali volano Rischio crisi mondiale


Record Riso, grano e mais raddoppiati Il prezzo del trasporto sale fino al 74%

Aumento senza sosta dei prezzi alimentari nei Paesi in via di sviluppo. «Le scorte sono al minimo, i Paesi ricchi devono aumentare gli aiuti» è l'allarme della Fao. E da est a ovest scoppia la rivolta del pane.
La bolletta cerealicola dei Paesi poveri cresce senza sosta, nel 2007/2008 aumenterà del 56% e la Fao lancia l'allarme in un rapporto presentato ieri a Roma sulle previsioni di produzione dei cereali dal titolo «Crop Prospects and Food Situation», in cui esorta tutti i Paesi donatori e le istituzioni finanziarie internazionali ad incrementare la propria assistenza, per un ammontare compreso tra 1,2 ed 1,7 miliardi di dollari.

di John Voice 


Per i Paesi africani a basso reddito con deficit alimentare, la bolletta per tariffe e trasporto del petrolio aumenterà del 74% a causa dell'impennata dei prezzi dei cereali, delle tariffe dei trasporti e del petrolio. I prezzi dei cereali non accennano a rallentare la loro corsa, per la domanda sostenuta e il progressivo esaurimento delle scorte. Nel 2007, secondo il rapporto Fao, il prezzo del riso è quello che ha registrato l'aumento maggiore, a seguito dell'imposizione di nuove restrizioni all'esportazione da parte di alcuni tra i maggiori Paesi esportatori. Alla fine di marzo i prezzi del grano e del riso erano circa il doppio dell'anno precedente, mentre quelli del mais erano aumentati di oltre un terzo, secondo il rapporto.
Negli ultimi mesi, si sono verificati scontri della popolazione, in Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, Filippine e Haiti, a causa dei forti aumenti dei prezzi del pane, dei prodotti a base di mais, del latte, dell'olio, della soia e di altri prodotti alimentari di base, nonostante le misure prese dai governo locali di restrizioni alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi. In Pakistan ed in Tailandia si è dovuto ricorrere all'esercito per evitare assalti al cibo nei campi e nei magazzini. In India perisno il prezzo ela cipolla è aumentato del 130%.
«È necessario mettere in atto un enorme piano di trasferimento di sementi, fertilizzanti e mezzi di produzione nei Paesi in via di sviluppo - ha spiegato il direttore generale della Fao, Jaques Diouf, presentando il rapporto trimestrale -. Non è più possibile contare sulle scorte mondiali di cereali, sono al livello minimo dal 1980 e sono diminuite del 5% rispetto all'anno scorso».

IL TEMPO, 12-04-08

La bolletta cerealicola dei paesi poveri crescerà del 56% nel 2007/08

vola il prezzo dei cereali<br>


17/04/2008 KAZAKISTAN
Nel mondo dell’economia globale tornano i divieti all’esportazione di grano


 
Foto di Archivio Nazioni Unite

LE RIVOLTE PER FAME
Forni sotto assedio
Prezzi da record e scorte a rischio Inizia nel mondo la guerra del cibo 
Crisi del riso in Asia
La Thailandia controcorrente lancia la sfida agli aumenti
Tensione ad HAITI
In piazza contro i rincari Attaccati i mezzi dell'Orili
Raddoppiati in un anno i costi dei beni, al 70% di provenienza straniera. Sono già 5 le vittime delle violenze di strada





CINA: PREZZI DI CARNE E RISO ALLE STELLE; IL GOVERNO TEME LA RIVOLTA DEI POVERI

 
Le autorità cinesi assistono con spavento al rapido crescere dei prezzi di cibarie, soprattutto carne di maiale e riso, tanto da temere minacce alla stabilità sociale.

Secondo i media cinesi nelle città più sviluppate i prezzi di carni e cereali sono cresciuti oltre il 10%. In realtà a Guangzhou, Shanghai, Pechino, Shenzhen, Shenyang i prezzi sono raddoppiati o triplicati nell’arco dell’ultimo mese. A Shenzhen , da aprile a maggio, il prezzo della carne di maiale è passato da 9 yuan (9 centesimi di euro) al chilo a 28 - 30 yuan. Domenica scorsa a Guangzhou, un supermercato ha aperto alle 8 di mattina una vendita speciale di carne a circa 16 yuan al chilo. In meno di un’ora sono finite le scorte (oltre una tonnellata) mentre la gente ha fatto code lunghe più di un chilometro.

Il prezzo della carne di maiale – un alimento fondamentale nella cucina cinese – è cresciuto in tutta la Cina. Secondo il Ministero dell’Agricoltura il prezzo è aumentato in media del 29% nell’ultimo anno. I negozianti temono che l’incremento dei prezzi della carne causerà aumenti anche in altri prodotti. Dall’anno scorso il prezzo delle uova è cresciuto del 30,9%; quello del riso e del grano del 6,1%.

Il timore delle autorità è che l’innalzamento dei prezzi alimenti l’inflazione. In aprile l’indice dei prezzi di consumo è salito del 3%. L’anno scorso, nello stesso periodo, l’incremento era dell’1,5%. In questi decenni di sviluppo vertiginoso la Cina non ha conosciuto quasi per nulla il fenomeno dell’inflazione, grazie a un controllo serrato dei prezzi di prodotti agricoli e una stabilità dei salari.

Ma in questi anni, l’abbandono delle campagne, l’inquinamento dei terreni e la miseria diffusa ha generato una riduzione della produzione agricola e dell’allevamento, con un collaterale aumento dei fertilizzanti e dei mangimi. Un altro colpo alla produzione sono le malattie degli animali. Secondo alcuni studiosi, milioni di maiali sono morti negli ultimi mesi a causa di infezioni.

Uno dei timori è che con l’inflazione la Cina dovrà aumentare i salari, rischiando di perdere uno degli elementi che la rendono appetibile agli investimenti stranieri, e cioè la manodopera a basso costo, in concorrenza anche con altri Paesi della regione.

Ma la paura più grande è che l’aumento dei prezzi inneschi una nuova ondata di rivolte sociali.

Lo scorso fine settimana il premier Wen Jiabao si è recato in visita ad alcune fattorie e allevamenti dello Shaanxi. Parlando poi con i responsabili provinciali del Partito, egli ha messo in guardia le autorità su un innalzamento dei prezzi della carne di porco che devono invogliare “i nostri contadini ad allevare maiali”, ma nello stesso tempo devono permettere il consumo anche per le famiglie “con basso reddito”. Per mantenere la stabilità sociale, Wen ha chiesto ai diversi ministero del governo di mettere sul mercato le riserve di carne e di offrire aiuti alle famiglie povere.

Hu Xindou, della Beijing University of Technology, ha fatto notare che fu proprio l’inflazione galoppante a scatenare le dmostrazioni degli studenti e degli operai in piazza Tiananmen nel 1989.

 

 




Nel Pacifico l'Isola della spazzatura
per l'80 per cento formata di plastica
 

Come un deserto oceanico, dove la vita è ridotta
solamente a pochi grandi mammiferi o pesci




GLI SCIENZIATI AVVERTONO LA CRISI ALIMENTARE PRENDERÀ PIEDE PRIMA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

 
 
  Geopolitica
FONTE: THE GUARDIAN

La sicurezza alimentare e il rapido aumento dei prezzi dei generi alimentari costituiscono “l’elefante nella stanza” che i politici debbono affrontare velocemente, secondo il parere del nuovo capo consulente scientifico del governo britannico.

Nel suo primo importante discorso da quando è entrato in carica, il professore John Beddington ha detto che la corsa globale per la coltivazione dei biocombustibili aggrava il problema e che la riduzione delle foreste pluviali per produrre colture di biocombustibili è “profondamente stupida”.

In occasione della Conferenza britannica Govnet per lo Sviluppo Sostenibile, ha detto a Westminster: “C’è progresso sul fronte del cambiamento climatico. Ma là fuori c’è un altro grave problema. È molto difficile immaginare come si possa intravedere un mondo che coltivi abbastanza colture in modo tale da produrre energia rinnovabile e che soddisfi al tempo stesso l’enorme aumento della richiesta di cibo, che si verificherà propriamente mentre alleviamo la povertà”.

Ha previsto che i prezzi degli alimenti di base come il riso, il mais e il grano continueranno a salire a causa dell’aumento della domanda,causata dalla crescita della popolazione e dall’aumento della ricchezza delle nazioni in via di sviluppo. Ha inoltre aggiunto che il cambiamento climatico porterà a pressioni per le forniture di cibo a causa della diminuzione delle precipitazioni piovose in molte zone e della rovina dei raccolti in relazione al clima.

“L’industria agricola deve raddoppiare la produzione di cibo, utilizzando meno acqua di adesso” ha detto. La crisi alimentare ci investirà molto più velocemente del cambiamento climatico, ha aggiunto.

Ma ha riservato alcuni dei suoi più aspri commenti per l’industria dei biocombustibili, che ha detto aver provocato una “scossa massiccia” ai prezzi del cibo nel mondo. “In termini di biocombustibili c’è stata propriamente, una reazione contraria” ha detto. “Esistono reali problemi di insostenibilità”.

La produzione dei biocombustibili crescerà enormemente nei prossimi 15 anni. Gli USA hanno in programma di produrre 30 miliardi di galloni di biocombustibile entro il 2022 – il che vuol dire triplicare la produzione di mais. L’UE ha il target che i biocombustibili costituiscano il 5,75% dei combustibili per i mezzi di trasporto entro il 2010.

Ma Beddington ha detto che è di vitale importanza che i biocombustibili vengano coltivati in modo sostenibile. “Alcuni dei biocombustibili sono senza speranza. L’idea che si possa ridurre la foresta pluviale per coltivare veramente dei biocombustibili ci sembra profondamente stupida”.

Prima di prendere il posto di capo consulente scientifico di Sir David King nove settimane fa, Beddington era professore di biologia della popolazione applicata presso l’Imperial College di Londra. È un esperto dell’uso sostenibile di risorse rinnovabili.

Hilary Benn ministro dell’ambiente, ha detto alla conferenza che si stima una crescita della popolazione mondiale dai 6.2 miliardi odierni a 9.5 miliardi in meno di 50 anni. “Come faremo a sfamare tutti?” ha chiesto.

Beddington ha detto che nel breve termine, lo sviluppo e l’aumento della ricchezza aggraveranno la crisi alimentare. “Quando ti muovi su [un reddito di] £1 sterlina al giorno fino a £5 sterline al giorno, ottieni un aumento della domanda di carne e prodotti caseari … e questo genera ulteriore domanda di cereali”. Al di sopra delle £5 sterline al giorno la gente inizia a chiedere cibo trattato e confezionato, che porta con sé un maggiore dispendio energetico. Circa 2.7 miliardi di persone nel mondo vivono con meno di £1 sterlina al giorno.

Ci sarebbero aumenti anche dall’altro capo della scala degli stipendi, ha detto. Attualmente, ci sono 350 milioni di famiglie che vivono con £8,000 sterline all’anno. Questo numero viene proiettato ad aumentare fino a 2.1 miliardi entro il 2030. “Sono notizie terribilmente buone. Si intravede una predizione genuina dalla Banca Mondiale che l’alleviamento della povertà sta davvero funzionando”.

Ma ha anche messo in guardia che l’aumento del potere di acquisto porterà anche all’aumento della pressione per le forniture di alimenti. Le riserve globali di cereali sono al loro minimo storico, ad appena 40 giorni dall’esaurimento. “Sono in carica da solo nove settimane e quindi non ho le risposte a tutto, ma è chiaro che la scienza e la ricerca sono di cruciale importanza per accrescere l’efficienza della produzione agricola per unità di terra,”.

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/science/2008/mar/07/scienceofclimatechange.food
7.03.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICHAELA MARRI


Il crollo degli U.S.A.

Il crollo degli U.S.A.

1) Le economie degli Imperi

La storia degli imperi, dal greco al romano, da l’ottomano a quello inglese, insegna che l'economia di ogni impero si è basata principalmente sulla tassazione delle altre nazioni.

Per la prima volta nella storia, nel 20° secolo, l'America è riuscita a tassare indirettamente, attraverso l'inflazione pur non forzando direttamente il pagamento delle tasse, ma distribuendo flat la sua valuta, il dollaro americano. Le altre nazioni scambiando i dollari con merce ne hanno inflazionato il valore percependone la differenza come tassa imperiale.

Gli Stati Uniti, accettando sempre lo scambio di valuta con merci economiche, hanno svalutato enormemente la loro moneta. Lo scopo della diffusione capillare del dollaro era di dare al mondo una ragione economica per mantenerne alta la circolazione, questa la ragione principale: costringere ad aquistare il petrolio solo con dollari.
Nel 1971, quando il Governo Americano si accorsedi non essere in grado di restituire i dollari in oro, fece un accordo con l'Arabia Saudita per supportare il potere della Casa di Saud che si impegno’ ha vendere x solo dollari americani il proprio petrolio.

La guerra di Bush in Iraq è stata fatta per difendere il dollaro, e l'economia Americana.

La storia insegna che un impero va in guerra per una delle due ragioni::

1. Per difendere se stesso e per trarre beneficio dalla guerra

Altrimenti, come illustra Paul Kennedy nel suo magistrale The Rise and Fall of the Great Powers, un sovraccarico di esercito prosciugherà le risorse economiche e porterà al collasso..

Economicamente parlando, un impero deve iniziare e condurre una guerra con l’obbiettivo di ottenere benefici utili da superare i costi sociali. Bush è andato in Iraq per difendere il suo impero, infatti due mesi dopo che l'America invase l'Iraq, il programma Oil for Food era stato concluso, e i conti in Euro iracheni era stati scambiati in dollari. Il mondo non poteva più comprare il petrolio dall'Iraq con l'Euro.

La supremazia del dollaro era stata nuovamente restaurata..

2) Lo scambio di petrolio iraniano

Il Governo Iraniano ha finalmente sviluppato l'ultima arma di distruzione di massa che può distruggere il sistema finanziario americano. L'arma è l'Iranian Oil Bourse che partirà nel Marzo 2006. In termini economici, questa rappresenta una minaccia nei confronti del dollaro più grande di quella di Saddam, perchè permetterà a chiunque sia di comprare che di vendere petrolio per euro.

Se questo accadr’ gli europei non dovranno piu’comprare e mantenere i dollari per assicurare i pagamenti di petrolio, solo la Gran Bretagna dovrà scegliere, proprio perchè ha una partnership strategica con gli Stati Uniti ma anche una naturale spinta verso l'Europa.

Ma quando il suo partner centenario rischiera il fallimento che succedera’....
Gli Americani non permetteranno questi eventi e cercheranno qualsiasi metodo per fermare il tracollo.

Le teorie si sprecano ed in rete girano molte ipotesi

Sabotando lo scambio - diffondendo un virus da computer, oppure sabotando un network o le comunicazioni o un attacco ai server, qualcosa simile all'11 settembre agendo su strutture principali o backup.

Un colpo di Stato - potrebbe essere una strategia a lungo termine per gli Americani.

Negoziando termini e limitazioni accettabili - Questa è un'altra eccellente soluzione, peggiore della prima ma sempre una soluzione.

Una risoluzione di guerra dell'ONU. Questa non sarebbe molto facile, ma la retorica sullo sviluppo delle armi di distruzione di massa iraniane senza dubbio serve a preparare questa azione.

Un attacco nucleare unilaterale - Questa è una scelta strategica terribile con tutte le ragioni associate alla strategia successiva, la guerra totale unilaterale. Gli Americani probabilmente useranno Israele per fare questo lavoro sporco.

Guerra Unilaterale Totale - questa ovviamente è la peggiore scelta strategica. Prima cosa, le risorse militari americane risultano già svuotate con le due guerre. Secondo, allontanerebbe da loro le altre nazioni potenti. Terzo, le nazioni che hanno grandi quantità di dollari potrebbero decidere di fare rappresaglie scaricando le loro montagne di dollari e prevenendo gli Stati Uniti dal finanziare le proprie ambizioni militari. Infine, l' Iran ha allenze strategiche con altre nazioni potenti che potrebbero essere coinvolte nella guerra, come Cina, India e Siria. Qualsiasi sia la scelta, l' Iranian Oil Bourse siglerebbe la fine del dollaro.

3) La fine del dollaro

Il collasso del dollari accelererà l'inflazione americana e farà salire i tassi americani a lungo termine. A quel punto, il Fed si troverà tra tra il declino dei prezzi e la super inflazione, con la crescita dei tassi di interesse, la depressione economica, un implosione in bond, stock, e mercati derivati, con un totale collasso finanziario, o in alternativa, la scelta di Weimar annegando il sistema finanziario in liquidità, liberando LTCM e superinflazionando l'economia.

fonte http://kin555.spaces.live.com/Blog/cns!3D42468A474C985!137.entry

 


L'impatto umano e ambientale della recessione

the future is now
the future is now

 


PETROLIO A 150 DOLLARI









Prezzi così alti per il gasolio non si erano mai visti. Il costo di un litro di carburante diesel è arrivato a 1,327 euro al litro, il massimo assoluto, facendo lievitare il prezzo per il pieno di un'auto media a oltre 66 euro, 10 in più di un anno fa. La benzina oscilla invece a un soffio da 1,4 euro, soglia superata solo nel luglio del 2006

Osama Bin Laden dopo l’11 settembre annunciava in un video che il suo futuro emirato, avrebbe utilizzato il petrolio come fonte di ricchezza per tutti i musulmani fedeli, imponendo il suo prezzo al petrolio.

L’obbiettivo oggi è raggiunto, nonostante il suo video allora, raccolse scettiche risate,dato che, in quel momento, un barile di petrolio viaggiava al di sotto dei 30 dollari.

A sei anni da quel giorno, siamo arrivati a 100 dollari e le previsioni annunciano un probabile aumento sino a 150 dollari al barile.

Ad essere ottimisti nel 2012 il prezzo del petrolio toccheà con frequenza i 150 dollari a barile, considerando che dal 2004 al 2007 il costo è raddoppiato passando da 50 dollari a 100, lo scenario appare possibile.

La minore produzione delle raffinerie americane, la crisi dei mutui immobiliari che sta devastando l’economia americana ha aumentato i debiti delle banche commerciali americane che hanno raggiunto i 280 miliardi di dollari.

Sta succedendo che, sebbene il mercato petrolifero mondiale sia stabile e l’OPEC, abbia aumentato la propria produzione di 500.000 barili al giorno a partire dal 1° novembre, raggiungendo così i 31,14 milioni di barili, ora la richiesta è aumentata. Secondo il nuovo presidente in carica dell'organizzazione, l'algerino Chakib Khelil, le quotazioni continueranno infatti ad aumentare per tutto il primo trimestre del nuovo anno per poi stabilizzarsi solo nel secondo trimestre. Nonostante gli aumenti, il cartello non sembra però intenzionato ad accrescere la produzione visto che, secondo Khelil, la corsa del greggio non è dovuta a una carenza della materia prima sul mercato ma «a speculazioni dovute alle tensioni geopolitiche» e alla crisi generata dal credit crunch americano.



Ad alzare i listini a livello record sono state ieri Api e Ip che, con un balzo di due centesimi rispetto alla giornata di venerdì, hanno portato il prezzo consigliato del gasolio a 1,327 euro al litro e della benzina a 1,397 euro. Ma i due marchi non sono i soli ad aver superato la soglia di 1,32: a ruota segue infatti anche la Shell, con il gasolio a 1,324 e la verde a 1,396 (stesso livello dell'Agip).

Paesi come Cina sono in crisi di astinenza da petrolio, e x raffreddare la salita dei prezzi sarebbe utile crescere ancora la produzione, ma chiaramente quale convenienza avrebbe l’OPEC a vedere a meno il proprio petrolio?

L’aumento del prezzo del petrolio in questa fase storica della vita dell’OPEC – i cui paesi membri possono riempire le proprie casse di dollari americani, così come avvenne tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – osservando l’andamento dei prezzi del petrolio, ed il concomitante calo del dollaro, la conseguente inflazione, si può dedurre che il valore reale dei prezzi resta al di sotto del livello di guadagno nell’aprile del 1981, quando il petrolio toccò i 40 dollari (con un dollaro forte rispetto alle quotazioni attuali (N.d.T.) ). Oggi i paesi produttori x ottenere una cifra equivalente ai 40 dollari del 1981 devono vendere il barile a più di 100 dollari.





Il 2008 si prospetta un anno nero per i consumatori europei, anche il gas potrebbe sfondare la soglia dei 350 dollari ogni mille metri cubi.

Alexander Medvedev, numero due del gigante russo Gazprom, a lanciare un nuovo allarme sui prezzi del gas che, ha spiegato, "sono più prevedibili e meno volatili di quelli del petrolio.

Secondo le ultime stime, il prezzo medio delle forniture all'Europa occidentale potrebbe raggiungere i 300-350 dollari ogni mille metri cubi". E ciò vale "anche per i contratti a lungo termine".

Le stime fornite da uno dei principali fornitori di gas all'Europa, ed all'Italia in particolare, nascono dalle clausole che legano i contratti di fornitura del gas all'andamento del prezzo del petrolio che, dopo la recente impennata, rischia di trascinarsi dietro anche quello del gas.

Medvedev si è affrettato a sottolineare che i livelli previsti per il futuro "non sono in alcun modo il risultato di qualsiasi manipolazione" della società russa, respingendo così le indiscrezioni di stampa secondo le quali ci sarebbe proprio il colosso russo dietro ad alcuni rialzi del corso del gas in Europa negli ultimi giorni.

Il vice presidente di Gazprom preferisce puntare il dito verso l'accordo siglato con il Turkmenistan, in base al quale i prezzi di acquisto del gas da tale Paese passeranno da 100 a 130 dollari ogni mille metri cubi a partire dal primo gennaio 2008, per poi salire a 150 dollari nel secondo semestre del prossimo anno con un maggior costo, spiega Medvedev, che dovrebbe venire trasferito ai clienti ucraini.

Alla luce delle recenti dichiarazioni dello stesso Medvedev, secondo il quale "Gazprom non si assumerà alcun rischio di prezzo sui nostri acquisti di gas dalle repubbliche dell'Asia centrale", nessuno se la sente però di escludere che una parte possa venire riversata anche sui clienti più 'occidentali', che potrebbero così dover fare realmente i conti con il gas a 350 dollari.

Si tratterebbe di nuovi record per il gas acquistato nel Vecchio Continente, i cui principali consumatori già adesso sborsano cifre che comunque si avvicinano ai 300 dollari per ogni mille metri cubi.



LE ACCISE IN ITALIA  COSA SUCCEDE IN KOSOVO   Il crollo degli    petrolio a 150 dollari  U.S.A.Cosa vuole la Cina perchè aumenta il grano Le citta' più sporche del mondo  Un mare di plastica Una recessione necessaria Il nostro pianeta è un forno a microonde





Traduzione di Missiroli Gianluca
da http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8114


Non è facile intuire il nesso tra recessione globale, ( possibile  futura depressione) decadenza dell’equilibrio ambientale e la spinta demografica del mondo, eppure esiste una forte relazione.
Il declino economico intuibile da tutti, è parziale motivo di fermento a livello globale.

L’indebolimento del dollaro americano che da sempre ha fornito la chiave di misura dei patrimoni del mondo che conta, sta creando grande scompiglio, ad oggi il debito pubblico degli USA è ben al di sopra di 9 trilioni di dollari.

Il debito nazionale statunitense appartiene oramai esclusivamente a investitori privati stranieri ad eccezione delle banche centrali, che ne detengono il 64%. L’entità della porzione di questa somma in mano estera è un terzo della valuta totale in circolazione, i numeri resi noti dalla Federal Reserve  lo scorso giugno 2007 fissano la somma a 755 miliardi di dollari.

Attualmente un reddito medio USA per famiglia è di 43200 dollari con un saldo medio della carta di credito a famiglia del 5% del suo reddito annuale. Oggi a causa della spesa superiore del 40% per famiglia  a quello che in realta è l’ introito medio, le bancarotte personali negli USA sono raddoppiate e il debito generale dei consumatori ha raggiunto nel giugno 2007  i 2,46 trilioni di dollari.

Pur escludendo i 440 miliardi che ruotano intorno ai prestiti di partecipazione per immobili, i 600 miliardi di debito per le seconde ipoteche e un debito complessivo di 9 trilioni di dollari per le ipoteche, debito rotativo totale dei consumatori americani, tale fardello è cresciuto fino a 904 miliardi.

La causa principale di tutto questo è lo stallo dal 1975 degli stipendi reali di maggior parte dei lavoratori, molti americani hanno cosi attinto prestiti per mantenere o migliorare il livello di vita.

Il valore del dollaro cade in picchiata ma perché perde cosi’ potere?

 

Poniamo che il paese che emette questa valuta abbia un’economia solida qualcosa dal valore universale ad essa legato, quasi in sostituzione dell’oro.

Riporto come esempio il 1971  quando il Governo rifiutò di scambiare una  piccola somma di dollari detenuta da svariati altri governi con l’oro, o qualche altra  risorsa per la quale la sola valuta poteva  essere ceduta, tipo il petrolio dell’OPEC. Attualmente invece si prospetta addirittura l’eventualità  che la borsa iraniana rifiuti il dollaro USA come pagamento per il petrolio x dedicarsi all’EURO, si sospetta che i recenti guasti dei cavi { Vedi post } fosse un tentativo intenzionale di boicottare la cosa. Cosi' l’assenza di uno standard monetario che abbia un proprio valore legato a qualcosa  di valore indiscutibile, tende a divenire incerto.


 

L’involuzione della crescita USA è a parte causata dal decentramento dell’industria, cha ha spostato il lavoro dalle braccia statunitensi a quelle dei paesi del terzo mondo togliendo risorse a molti americani impossibilitati cosi’a mantenere alti i tassi di consumo. La mancanza di opportunità di impiego, di ridotti sgravi fiscali, l‘aumento dei prezzi delle merci di prima necessità , e l’incalzare dell’ inflazione ha generato l’aumento del petrolio e dei generi alimentari. Ancora, i numeri di preclusioni dei riscatti sulle ipoteche delle case, e il valore degli immobili in generale si sta’ notevolmente abbassando ovunque.

Parallelamente gli stipendi americani rimangono compressi dall’aumento di lavoratori disoccupati, in relazione ad numero minore di lavori a disposizione. Nel contempo l’ enorme popolazione dei senza tetto aumenta a dismisura   definita ad oggi  tra i 847 000 e 3 470 000 individui, molti dei quali  bambini e veterani di guerra disoccupati. Circa 3,5 milioni di persone in USA di cui forse 1,35 milioni minorenni, sono a rischio di rimanere senza tetto ogni anno (Dati per il 2007 del National Law Center on Homelessness and Poverty).

Al tempo stesso, una maggiore fornitura dall’esterno di manovalanza farà sì che più posti di lavoro siano persi con il risultato che i cittadini americani avranno a disposizione  meno denaro per acquistare sia la merce prodotta localmente che importata.

 

E’ conseguente la crescita economica di altri paesi, poiché le esportazioni non verranno più accaparrate dagli USA,

Era previsione gia’ nota dal 2000,  da allora un totale di 3,2 milioni di posti di lavoro in fabbrica – uno su sei – si sono dileguati, lo scorso dicembre 2007 si è registrato il più basso tasso di crescita d'impiego negli USA dagli ultimi quattro anni. Contemporaneamente il tasso di disoccupazione è balzato di 0.3 punti percentuali a quasi il 5%, le enormi perdite in settori come l’impiego o collegati all’edilizia, ai servizi fiscali e alle vendite hanno determinato un tracollo della spesa americana anche per prodotti esteri relativamente a buon mercato.
Si sono salvate le fasce economiche più alte a causa della capacità di pagare magri stipendi a chi lavora in paesi poveri, in associazione all’alto rendimento dai prodotti finiti  e venduti ai clienti del primo mondo, con  questi meccanismi i ranghi dei milionari e dei miliardari si è ampliato notevolmente.

Il numero dei milionari nel mondo si è attestato a 8,7 milioni e i miliardari  ha raggiunto il record di 793; questi ultimi gestiscono 2,6 trilioni di patrimoni e acquisiscono personalmente una  quantità di risorse incalcolabile.

In aumento anche i margini di profitto di molte società transnazionali nel campo farmaceutico e petrolifero e alimentare.

Nonostante una paga minima oraria fissata a 5.85  dollari,  no  vi è  modo di competere con paghe estere di 1 dollaro l’ora, non si ammortizzano cosi' i costi fondamentali associati agli affitti, alle ipoteche, all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del petrolio, ai crescenti pagamenti delle assicurazioni sanitarie e delle spese di base. E’ iniziato negli USA un declino generale degli acquisti e se questa non è una buona notizia per i fornitori, e’ almeno una tregua per l’ambiente.

Una sosta degli affari, seppure infausta da un punto di vista economico,e’ utile all’ambiente, che  necessita  di una tregua non si può continuare l’assalto indiscriminato  in nome della crescita economica. Gli ecologisti prevedono che con gli attuali tassi di deforestazione, le foreste pluviali scompariranno dal pianeta entro la fine del secolo, con la conseguente  estinzione di innumerevoli specie animali e vegetali dal mondo.

Effetti sul clima globale  sono imprevedibili, secondo le Nazioni Unite (Attualmente il tasso annuale di deforestazione globale è dell’ .8 per cento) la vita oceanica, e’  "completamente sfruttata oltre limite" o "significativamente esaurita" per il 71-78%, molti tipi di piante e animali acquatici sono sull’orlo dello sterminio totale e il 90% di tutti i grandi pesci sono già estinti.
Secondo studi recenti dell’ONU, le terre aride con tendenza alla desertificazione coprono oltre un terzo della distesa di terra del pianeta, che sostenta più del venti per cento della popolazione umana in crescita le esigenze di questi delicati ambienti, essi diventano sempre meno capaci di sostenere la vita e  il tasso di desertificazione globale aumenta rapidamente, anche se i tassi effettivi variano da luogo a luogo.

Ora quindi la pretesa di molti politici di crescita risulta alquanto insensata contrariamente, dobbiamo collettivamente ridurre drasticamente l’uso personale delle risorse, arginare la produzione (a causa delle pressioni sull’ambiente causate dal riscaldamento globale e da altre ripercussioni industriali) e affrontare un mondo che fornirà probabilmente un’offerta ridotta di lavoro.

Non possiamo tollerare un aumento della temperatura di 5.5-7 gradi Farenheit (3-4º Celsius) a causa del carico di carbonio derivante dall’industria e dal trasporto delle merci,questo assicurerebbe problemi di vita all’uomo e, probabilmente, impedirebbe l’impollinazione di molte piante coltivate.

Accanto a cambiamenti delle precipitazioni piovose, la mancanza di impollinazione scatenerebbe una diminuzione drastica della produzione di alimenti.

Indipendentemente dal fatto che un tale caldo estremo si verifichi o meno, la popolazione globale secondo l’International Data Base dovrebbe crescere dai 6 miliardi del 1999 a 9 miliardi entro il 2042,  con un aumento del 50 per cento in solo 43 anni con  problemi allarmanti per il mondo naturale già sfruttato al massimo (comprese le sue riserve d’acqua), per il mercato del lavoro, la disponibilità di cibo, i prezzi dei prodotti e un conseguente riscaldamento globale.


 

Dobbiamo riconoscere la necessità assoluta di ostacolare la crescita del PIL in tutti i paesi, arginare la popolazione in maniera pro-attiva e ridurre il consumo generale, non possiamo aspettarci risultati positivi  dalla produzione illimitata di beni, specie quando le nostre stesse vite dipendono dalla riduzione massiccia dei gas serra e dal mantenimento di un’ampia diversità di ambienti salubri e intatti.  Dobbiamo quindi rapidamente sviluppare una folta schiera di "lavori verdi" per compensarne la scarsità, valorizzare politiche che vincolino all’intenzionale contenimento di produzioni con intenso dispendio energetico. Creare rapidamente un’economia capace di fornire, su larga scala, l’elettricità derivante in alternativa a combustibili fossili.
Piccole comunità autosufficienti su piccola scala, sarebbero utili per allontanare la recessione un’idea che favorirebbe la dipendenza da aziende transnazionali che sfruttano la manodopera, x fornire cosi’ un impiego regionale e ridurre la dipendenza dal petrolio, eliminando lo spreco imperante dovuto al trasporto su vasta scala a cui siamo giunti oggi.

La recessione, la crescita della popolazione, del picco del petrolio, di scarsità d’acqua, il cambiamento climatico ed altri disastrosi impatti ambientali sfidano l’uomo ad agire immediatamente. Se collettivamente iniziamo questo processo se affrontiamo i cambiamenti nell’ordine necessario possiamo farcela se non lo faremo i risultati potrebbero essere catastrofici.

Con fermezza, diamo principio tutti a modifiche cruciali x salvare il mondo.

DI EMILIY SPENCE
Global Research




Emily Spence è una sostenitrice dell’ambiente e dei diritti umani che vive nel Massachusetts centrale.

Titolo originale: "The Recession's Human and Environmental Impacts"

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
17.02.2008





The Recession's Human and Environmental Impacts


Global Research, February 17, 2008

 

Too often news coverage focuses on discreet current events at the expense of a more synthetic approach to notable happenings. While it is important that the public learns of major incidents in the world as they take place, sometimes this can lead to some observers "not seeing the forest for the trees."
 
On account, it might be easy to miss the connection between the global recession (and possible future depression) with the ongoing decline of environmental well-being and increase in human population. All the same, these three areas are deeply intertwined. Here are a few details concerning the relationship.
 
Let's start with the present economic decline: Part of the reasons that there are global jitters involving the weakening of the $ USD is that it provides a means to assess worth of other holdings. In short, many countries and individuals, directly and indirectly, assign their own fiscal strength based on the dollar's standard. This is especially the case when they are carrying the US public debt, which is currently well over $9 Trillion dollars.
 
In addition, practically all of the US national debt owned by foreigners is held by private investors except for central banks, which hold 64%. Further, the size of the foreign-owned portion of this amount owed is practically three times the total amount of currency in circulation! Indeed, the numbers given by the Federal Reserve for June 2007 put its amount at US $755 billion.
 
In tandem, the average US family's credit card balance is now almost 5 % of its annual income (with a median U.S. household income presently at $43,200), more that 40 % of American families spend more than they earn, personal bankruptcies in US have doubled in the last decade and the overall consumer debt has reached $2.46 Trillion as of June 2007 (excluding the $440 billion of revolving home equity loans, $600 Billion owed for second mortgages and an overall $9 Trillion in mortgage debt). As such, the total US consumer revolving debt grew to $904 Billion last summer.
 
Why has this happened? In part, it is because real wages of most workers languished or declined since 1975. So, many Americans reacted by taking on loans to maintain or raise their living standards.
 
As Polonius, Shakespeare character in Hamlet cautioned, "neither a borrower, nor a lender be" and, certainly, there is trouble with being either. However, everyone, even an individual with neither role, can be in trouble when the value of the currency that he maintains plummets.

So, why is the American money losing clout? The answer is partly dependent upon the way that it gained worth in the first place and, indeed, its relative merit is created by any number of factors. These include the country issuing it having a robust economy (a trade surplus rather than being a debtor nation), having something of universal worth tied to it for which it stands, such as precious metal from which the $ USD was effectively severed in 1971 when the US government refused to exchange a relative small sum of dollars held by several other governments for gold, or some other coveted resource for which the currency alone must be traded, something like OPEC petroleum. (The latter contingency is the reason that some dollar holders find the Iran Bourse, with its plans to reject the $ USD as payment for oil, threatening and suspect that the recent cable failures were a deliberate attempt to postpone its arrangements being set in place.) In short, without a monetary standard having it’s worth assigned by being attached to something deemed of unquestionable worth, it tends to have uncertain value.
 
Meanwhile, the US economy, itself, can't grow. Partly, this is due to globalization of industry, which has created jobs in second and third world countries by taking many of them away from Americans, who cannot continue their high rates of consumption of products due to the increasing deficit of employment opportunities, diminished fiscal returns, raising prices for goods (including staples) and advancing inflation.  So, it is no wonder that, while oil and food prices are rising, so are the number of home foreclosures while home worth, in general, is depreciating across the board.
 
Simultaneously, it is no surprise that US wages are kept depressed by the existence of a proliferation of out-of-work laborers relative to the smaller amount of jobs in existence. At the same time, the already huge homeless population, as would be expected, is skyrocketing. In fact, the number of persistently homeless Americans, ones with repeated episodes or who have been homeless for long periods, involves between 847,000 to 3,470,000 individuals, many of whom are children and unemployed veterans. Posed another way, close to 3.5 million people, of whom roughly 1.35 million are minors, are likely to experience homelessness in any given year in the US (National Law Center on Homelessness and Poverty, 2007).
 
At the same time, further outsourcing of labor guarantees that more jobs will be cut with the outcome that US citizens will possess even less money to buy either locally manufactured or imported goods. In relation, economic growth in other countries is, also, due to slow down, as exports are no longer quickly snapped up in the US. However, this consequence was long set to develop, given that, since 2000, a total of 3.2 million — one in six factory jobs — have disappeared from the American shores and the lowest rate of US job growth in four years occurred as recently as December 2007 when, simultaneously, the unemployment rate shot up 0.3 percentage points to almost 5 %. By factoring in huge losses in other work positions -- such as the ones related to construction, fiscal services and retail sales -- it is easy to see that American spending, even for relatively inexpensive foreign made goods, was bound to take a nosedive. How could it not do so when adequate job provision and reasonable salaries have, in effect, largely disappeared?
 
All the same, this overall arrangement has not been bad for those in the top economic tier as their capacity to pay meager second and third world wages, coupled with receipt of high income from finished products acquired by first world customers, has created an economic boon. Indeed, by mechanisms such as these, the ranks of millionaires and billionaires, during the past few years, has greatly expanded. (The number of millionaires in the world swelled to 8.7 million and the number of billionaires around the world rose to a record 793, the latter of which hold $2.6 trillion in assets and personally garner an extraordinary amount of resources.) So have the overall profit margins of many transnational companies, such as the pharmaceutical, oil and other industrial giants.
 
All considered, there is no way that many Americans, even with the minimum wage set at a measly $5.85/ hour, can compete with overseas $1/ day wages, nor subsume the fundamental costs associated with their rents, mortgages, the increase in food and oil prices, rising medical insurance payments and other basic expenses. On account, an overall decline in purchases has, recently, taken place in the US and, while this is not good for suppliers, it does give the environment a break.
 
The reason that it does is that the slow down in business, while ominous from an economic standpoint, is good for the environment, that cannot continue to be assaulted at an ever higher level in order to make an ever higher financial gain off of its largely finite resources. As it is, ecologists anticipate that, if present rates of deforestation continue, rainforests will disappear from the planet within this century, which would kill off an inordinate amount of the world's animal and plant species while effecting global climate in unpredictable ways. (Presently, the global annual rate of deforestation is .8 percent.)


The outlook for the ocean life is just as grim with currently 71-78 % of it being 'fully exploited', 'over exploited' or 'significantly depleted' according to the United Nations. In addition, many types of aquatic plants and animals are on the verge of total extermination and 90 % of all big fish are already gone.

Add to this that, according to recent UN studies, arid lands prone to desertification cover more than one third of the planet's landmass, which supports more than twenty percent of the human population. While requirements from these delicate environments grow, they increasingly become incapable of supporting life. As such, the global rate of desertification is rapidly escalating, although the actual rates vary by locality.
 
All of this in mind, we cannot keep expecting ever greater economic growth, nor an ever enlarging human population. Instead, we collectively need to drastically cut back on personal resource use, curtail manufacturing (due to stresses on the environment caused by global warming and other industrial impingements) and face a world that is likely to provide a dwindling supply of jobs.
 
In actuality, we cannot even endure a 5.5 to 7 degree F. (3 to four degree C.) rise in temperature due to carbon loading from industry and transportation of goods. This is because our doing so would all but ensure that human life would be unsupportable over much of the globe and likely prevent pollination for many major crops. Along with the resultant changed rainfall patterns, the lack of pollination would prompt a tremendous decrease in food production.
 
Regardless of whether this extreme heat occurs or not, the global population, according to the International Data Base, is expected to increase from 6 billion in 1999 to 9 billion by 2042, an increase of 50 percent that will require a mere 43 years. This, of course, has alarming implications for the maxed out natural world (including its water supplies), the labor market, food availability, product price and ever higher global warming.
 
So, just how are we to cope with these assorted dismal factors? First, we need to recognize the absolute need to stymie growth of GDP in every country, proactively delimit population and reduce general consumption. Put another way, we cannot have any positive outcomes from expecting myriad environments to yield up an unlimited cornucopia of goods, especially as our very lives depend on our severely lowering greenhouse gases and maintaining a large diversity of healthy intact natural environments. Second, we must, quickly, develop a wide array of "green jobs" to make up for the scarcity of ones that will come to pass on account of policies mandating deliberate curtailment of energy intensive manufacturing. Third, we need to quickly create business capable of providing, on an extensive basis, electricity derived from benign alternatives to fossil fuels.
 
Further, it would be helpful for people to form into small scale, self-sustaining communities to ride through the recession. Indeed, their establishment would, without doubt, help with the transition away from transnational sweatshops, provide regional employment and curb reliance on oil as less goods, including necessities, would require extensive transportation if produced locally.
 
The coalescence of a recession, mounting population, peak oil, mass extinction, urgent water shortages, climate change and other disastrous environmental impacts challenge us to take immediate action. Our doing so need not be disastrous if we collectively begin to make the essential changes on the scale needed. If we do not, the results could likely be catastrophic on a scope barely imagined by any of us. With firm resolve, let us all begin to undertake the critical modifications at once.
  
Emily Spence is an environmental and human rights advocate living in central Massachusetts.

 Global Research Articles by Emily Spence





LE ACCISE IN ITALIA  COSA SUCCEDE IN KOSOVO   Il crollo degli    petrolio a 150 dollari  U.S.A.Cosa vuole la Cina perchè aumenta il grano Le citta' più sporche del mondo  Un mare di plastica Una recessione necessaria Il nostro pianeta è un forno a microonde

The future is now

The future is now
AGRICOLTURA
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2008
 

Agricoltura

Parlare di alimentazione significa parlare, anzitutto, di agricoltura e di tecniche agricole. La coltivazione dei campi ha consentito all'uomo, fin dalla preistoria, di ottenere, su piccole porzioni di terreno, una quantità di cibo impensabile ed irraggiungibile con la semplice raccolta dei frutti spontanei delle piante selvatiche. Con l'addomesticamento e la selezione delle piante, i risultati ottenuti vengono migliorati, anche se le rese sono ancora, come vedremo, ben lontane da quelle attuali.

Nel Medioevo, tuttavia, i prodotti agricoli che si coltivano sono limitati e ruotano attorno al binomio cereali-legumi, a cui vanno aggiunti i prodotti dell'orto, un appezzamento di terreno molto importante, su cui dovremo soffermarci in modo particolare.

I cereali

È quasi superfluo sottolineare l'importanza che i cereali hanno avuto nella storia della alimentazione umana: il ritrovamento in Egitto di grano risalente a circa 7.000 anni fa ne è la prima, esplicita testimonianza .

La Val Bormida non sfugge ovviamente a questa regola e i cereali costituiscono uno dei cardini della alimentazione del tempo. Come abbiamo già notato, la produzione agricola è strettamente condizionata dai capricci del tempo: così l'abbondanza o la scarsità di pioggia possono influire drasticamente sul raccolto e ancora peggio possono le gelate invernali, specialmente se scarseggia la neve. Le colture agricole, e nella fattispecie quelle cerealicole, non sono derrate sicure e una delle preoccupazioni costanti del contadino del Medioevo è quella di cercare di attenuare gli effetti catastrofici delle possibili carestie, specie in una economia chiusa come era quella medioevale dove difficilmente si potevano avere soccorsi dai territori vicini: l'autosufficienza alimentare è tanto più determinante quanto meno la famiglia dispone di mezzi finanziari per potere acquistare gli alimenti. I contadini imparano perciò a diversificare il più possibile le proprie produzioni, in modo che, se il gelo ha distrutto un raccolto, un'altra produzione possa fornire un parziale, ma determinante, sostentamento. Le coltivazioni cerealicole vengono dunque abitualmente suddivise in due categorie: la "invernengha" (di semina autunnale) e la "marzengha" (di semina primaverile). Questo accorgimento ha un doppio vantaggio: da una parte aumenta la probabilità di ottenere almeno un raccolto dall'altra consente al contadino di suddividere il tempo della aratura - operazione piuttosto lunga e faticosa con i mezzi del tempo - in due periodi diversi, anziché concentrare tutto il lavoro in autunno, una stagione particolarmente condizionata dalle avversità atmosferiche.

Troviamo parecchie citazioni di questa suddivisione anche in Val Bormida: così gli statuti di Calizzano stabiliscono che nessuno potrà essere rimosso da massaro di un terreno "se priam non haverà levato e preso tre raccolte, cioè due invernenghe e una marzengha, ò due marzenghe e una invernengha" (1). Sempre a Calizzano, nelle Convenzioni del 1444, si stabilisce che vengano pagate le decime nella misura di "duodecim sextarium de vuernenchis, e mercenchis"; anche negli Ordini e Capitoli di Osiglia e Bormida (1634) si distingue tra grano, segale e Marsenghi, distinzione che si ritrova ancora negli statuti di Dego (1620), dove si citano separatamente messi, legumi e marsenghi (2),

Oltre a queste sono molte le citazioni riguardo ai cereali che si trovano nei documenti dei nostri archivi: siano essi Statuti, cartolari di notai o le tante liti, proteste, suppliche che costellano la storia dei nostri antenati.

Da questi documenti possiamo anche dedurre la distribuzione prevalente dei vari cereali sul nostro territorio. E, se a Bardineto ed Osiglia la produzione cerealicola sembra limitarsi al frumento ed alla segale, già a Calizzano si aggiunge l'orzo. Ad Altare, Pallare e Dego troviamo in prevalenza grano e biada, mentre a Millesimo, Roccavignale e Cairo sono presenti tutti i cereali già citati, segno che si tenta la massima diversificazione, ricercata anche attraverso la semina di misture di cereali come il "barbagliato" - misto di grano e segale - che si trova ricordato nel libro dei conti della Compagnia del Suffragio di Biestro (3).

Con un'altra distinzione tipica del medioevo questi cereali sono chiamati i "grani grossi" - di prevalente semina autunnale - da cui si differenziano i "grani minuti" - il miglio, il sorgo, la spelta, il grano saraceno - che invece sono di semina primaverile o addirittura tardo-primaverile. Nei documenti che ho avuto modo di consultare scarse sono le citazioni di questi "grani minuti" se non nella generica forma di "marzenghi", denominazione che però qualche volta nasconde anche alcuni legumi, che si seminano appunto in primavera. Quasi certamente però, se non tutte, almeno alcune di queste granaglie venivano coltivate nei nostri campi medioevali. Il miglio, ad esempio, è stato un alimento diffusissimo nel Medioevo, sia perché nella alimentazione occupava quel posto che fu poi preso totalmente dal mais, sia perché si poteva facilmente conservare per molti anni (anche 20), costituendo una riserva alimentare su cui si poteva contare nei tempi di carestia(4). La presenza del miglio in Val Bormida è comunque testimoniata da un documento un poco più tardo (1706) rinvenuto nell'Archivio comunale di Millesimo e che si riferisce ad una lunga lista di danni provocati dal passaggio di ottocento Grigioni spagnoli che, tra l'altro, rubano appunto del miglio (5). Nello stesso documento poi, si trova anche un'altra citazione interessante: tra i prodotti danneggiati dai soldati spagnoli compare anche il termine "meliche", che potrebbe essere la prima testimonianza dell'arrivo del granoturco in val Bormida (in dialetto "moria"), cosa possibile visto che siamo nel XVIII secolo. Più probabilmente il termine si riferisce ad un'altra granaglia: il sorgo o saggina, che si ritrova spesso citata sotto il nome di "melega" o "milica", usata già al tempo dei romani principalmente come foraggio per gli animali; essa veniva però anche macinata per farne scadente farina usata per confezionare pane e polente per poveri e miserabili.

Un'altra possibile presenza in val Bormida è quella del farro, un cereale simile alla spetta, elassifieato come sotto specie del frumento, di cui non si è trovata testimonianza diretta nei documenti consultati, ma che G.L. Scavino ricorda ancora coltivato agli inizi di questo secolo in Acquafredda (Millesimo) e usato come ingrediente essenziale di una minestra tradizionale (6).

L'ultimo "grano minuto" citato - il grano saraceno - non è in effetti un cereale, ma appartiene alla famiglia delle Poligonacee, così come l'Acetosa, un'erba dal gambo rossiccio piuttosto comune nei nostri prati. Il grano saraceno è stato molto popolare nel Medioevo soprattutto nelle zone di montagna dove si sostituisce ai cereali, producendo un seme trigono, nerastro e lucente che macinato serve per produrre polente e per integrare altre farine nella panificazione. Pur non avendo trovato riscontri obiettivi nei documenti, è possibile ipotizzare la presenza di questa granaglia almeno nella parte alta della valle, per il semplice motivo che il grano saraceno è coltivato ancora oggi nella confinante val Tanaro (dove viene chiamato "furmentin") che ebbe contatti continui con Calizzano e Bardineto. In particolare a Garessio il grano saraceno entra ancora come componente nella famosa "polenta bianca", che è anche piatto tipico di Calizzano. È quindi piuttosto logico che a tradizioni culinarie comuni corrispondano comuni prodotti agricoli (7).

La presenza dei cereali in val Bormida è dunque piuttosto composita: è preminente però la coltivazione del frumento e della segale, con una prevalenza forse di quest'ultima. La segale, infatti, benché sia un cereale di minor qualità del grano, è di più facile coltivazione, adattandosi meglio ai climi di montagna e soprattutto crescendo egualmente bene anche nei terreni poveri e selvatici come quelli delle "roncate", cioè dei campi ricavati dal disboscamento; ma occorre tenere presente che anche nei normali campi la concimazione è sempre molto scarsa e quindi il terreno è, comunque, piuttosto povero.

La segale pare dunque essere la regina dei cereali: da sola o mista al frumento costituisce la principale fonte di farina da panificazione; possiamo perciò immaginarci il pane del tempo che doveva essere di colore scuro e di sapore meno delicato di quello di grano. Certamente ai valbormidesi dell'epoca doveva sembrare molto gustoso, specialmente se confrontato con i pani della fame, quando si usavano farine di ogni tipo: da quelle di castagne a quelle di sorgo e di ghiande tostate e macinate (8).

La segale in Val Bormida è però importante anche per un altro motivo: sfruttando la lunghezza dei suoi culmi si fanno dei fascetti di paglia con i quali si eseguono le coperture dei tetti che, in tal modo, risultano leggere e nello stesso tempo impermeabili e durevoli. Rari sono infatti i tetti a coppi e anche quelli a scandole di legno che sono presenti in prevalenza nella parte alta della valle; in ogni caso si può capire la cura con cui negli statuti si vieta di portare "bragie accese" in giro per il paese: una sola scintilla può infatti innescare incendi praticamente incontrollabili. Un effetto meno positivo la segale lo da' a causa di un suo parassita, un fungo, che provoca il fenomeno della segale cornuta, cioè la formazione di corpiccioli nerastri al posto dei grani della spiga. L'ingestione delle spore di questo fungo causava l'ergotismo, una malattia, ben nota già nella antichità con il nome di "ignis sacer", che provocava prima atroci dolori, allucinazioni, bruciori e poi la cancrena con la conseguente caduta degli arti colpiti, che diventano neri, proprio come se un fuoco nascosto li avesse consumati. Alla cura di questa malattia si consacrò l'Ordine degli Ospedalieri di S. Antonio, alle cui reliquie fu attribuito il potere miracoloso di guarire da questo male, ribattezzato appunto "fuoco di S. Antonio". L'ordine degli Ospedalieri si espanse in tutta l'Europa tra il Xll e il XIV secolo e la sua presenza è probabile anche in Val Bormida, visto che il co-patrono della parrocchia di Millesimo, e il titolare di una parrocchia di Murialdo, è appunto S. Antonio Abate o "S. Antoni di purzé" (S. Antonio dei maiali) come veniva comunemente chiamato. Questa curiosa denominazione deriva dal fatto che S. Antonio, essendo anche il protettore degli animali domestici, è sempre raffigurato con accanto un maialino, fatto che la dice lunga anche sulla importanza di questo allevamento in epoca medievale.

La presenza di questa terribile malattia è comunque certa e testimoniata dalla formula di giuramento scelta a Calizzano, e riportata nei locali statuti, in cui si invocava, in caso di spergiuro, che "hor hora Nostro Signore mandi sopra di me il fuoco di S. Antonio, che m'abbruggi e consumi", segno che il male era ben conosciuto e temuto come una maledizione di Dio (9).

Un altro cereale molto diffuso in Val Bormida è l'avena o biada come viene comunemente chiamata in statuti e documenti, anche se questo termine non sempre pare indicare solo l'avena, ma anche, genericamente, gli altri cereali.

L'avena è comunque un cereale che, come la segale, si adatta bene ai climi freddi ed inoltre può essere facilmente coltivata nei terreni roncati da poco, in quanto non necessita di arature profonde; è perciò particolarmente indicata per il tipo di agricoltura che si praticava al tempo in val Bormida.

Il suo scarso rendimento in farina ne limita la coltura e ne fa preferire l'uso, sotto forma di grani e paglia, per l'alimentazione animale, anche se è probabile che, nei momenti critici, venga convogliata ai mulini, assieme agli altri "grani", per la macinatura.

Bisogna a questo punto precisare che questa denominazione "grani", spesso usata nei documenti medievali, è piuttosto ambigua, in quanto non rappresenta sempre solo il frumento, ma comprende sovente altre granaglie ivi compresi, a volte, anche i legumi. Abbiamo conferma di questo, ad esempio, in una ordinanza del Conte Nicolò Del Carretto, datata 30 Aprile 1596, dove si vieta "agli Uomini e Particolari di Millesimo di andare a macinare grani ed altri frutti alli molini d'altri...": la frase ci suggerisce chiaramente che ai mulini si macinava una larga gamma di prodotti; certamente cereali e legumi, ma anche altri frutti tra i quali doveva certamente comparire la castagna secca, la cui farina veniva utilizzata in vari modi, non esclusa la confezione del pane, il "pane d'albero", come veniva chiamato nelle regioni montuose della Corsica (10).

Il passo citato ci rende noto anche un altro fatto: che i millesimesi, utilizzando "molini d'altri", tentavano di evadere le tasse di molitura, da sempre riservate al Signore locale, che traeva da esse le sue entrate principali. Il capitolo tasse e balzelli che abbiamo aperto non si conclude certo con la tassa sulla molitura; sui prodotti dei campi gravano anche regalie varie (e per niente spontanee) e soprattutto le "decime", il prelievo cioè di una parte della produzione da devolvere al Signore o all'Autorità ecclesiastica che ha giurisdizione sul luogo.

A Santa Giulia di Dego queste tasse consistono in 1/10 degli animali e dei cereali, e in 1/20 per i legumi e per il vino (11). A Calizzano nelle Convenzioni del 1444 vengono stabilite le decime sugli animali e una tassa annuale sui cereali, finalizzata al sostentamento degli uomini a guardia del borgo. Ricorrenti sono dunque le proteste e le suppliche con cui si chiede di attenuare questa pressione fiscale su una popolazione che è in costante crescita, mentre rimangono più o meno costanti le superfici coltivate. Forse questo fatto, forse un maggior potere contrattuale delle popolazioni - mentre il potere feudale sta indebolendosi - porta, almeno nei due casi citati, ad un allegerimento delle esazioni: per Calizzano questo avviene nel 1481, quando vengono mantenute solo le tasse dovute alla chiesa di Santa Maria; il Marchese si accontenta, invece, di un paio di galline per ogni "ressia" (segheria), da versarsi a Natale. Per S. Giulia il salto di qualità avviene prima e già nel 1434 le decime rimangono tali solo per gli animali, mentre i prelievi passano ad 1/16 sui cereali, ad 1/32 per i legumi e ad 1/30 sul vino.

Tuttavia al di là di queste pesanti tasse, il vero problema della agricoltura medioevale è quello del rendimento delle coltivazioni che si mantiene ancora ad un livello troppo basso, a causa anche delle tecniche agricole inadeguate, nonostante la rotazione delle colture sia passata dalla cadenza biennale a quella triennale. L'appezzamento di terreno di ciascun contadino viene diviso, infatti, in tre parti e ognuna di queste è destinata nel volgere di tre anni a tre colture diverse. Una parte viene seminata in autunno con specie invernali (frumento e segale); un'altra in primavera con specie estive (orzo, avena, legumi), la terza arata a maggese e lasciata a riposo. L'anno successivo le specie invernali passano nella zona precedentemente destinate alle specie primaverili, mentre quest'ultima resta a riposo. Questo schema sarebbe stato sufficientemente equilibrato in presenza di una abbondante concimazione, cosa che, invece, non poteva verificarsi in un'epoca in cui gli allevamenti degli animali erano tutti allo stato brado. Questo equilibrio si raggiungerà solo nel XVIII secolo, quando la rotazione agraria diventa quadriennale: aggiungendo alle precedenti coltivazioni una quarta parte coltivata a prato, si rende possibile anche l'allevamento stanziale all'interno della azienda agricola. Si viene così a rompere l'antica contrapposizione tra agricoltura ed allevamento, che possono ora integrarsi fornendo l'una il foraggio per gli animali e l'altro il concime per rendere più fertili e produttivi i campi. Nel periodo che stiamo considerando invece si è ancora in questo circolo vizioso a cui si cerca di ovviare con letami succedanei costituiti da concimi verdi, foglie marcite, cenere o con il sistema della fornellatura, come si prescrive negli statuti di Calizzano (12). In quasi tutti gli statuti della val Bormida si proibisce esplicitamente di raccogliere il fogliame altrui, che veniva usato come strame per gli animali e trasformato in nutrimento per i campi. Che il letame poi sia un bene prezioso lo si può dedurre dagli statuti di Bardineto e Dego, in cui si regolamenta addirittura la raccolta dello sterco che gli animali lasciano nelle strade: ognuno lo può raccogliere solo davanti alla sua proprietà e fino a metà della via, lasciando l'altra metà al dirimpettaio (13). A Calizzano l'ingresso di animali "forestieri" nei prati è consentito solo se il proprietario deve concimarlo per poi poterlo destinare a campo.

Anche l'aratura dei campi non è molto efficace: l'aratro è ancora piuttosto primitivo e praticamente graffia solo il terreno. L'aratro con il vomere - il "reversatorem" o reversatorio, come si trova negli statuti di Pallare e Bardineto - si sta diffondendo, ma non è ancora di uso comune, anche perché occorre più forza animale per trainarlo, mentre pochi possono permettersi un cavallo od un mulo, ed al bue è preferita la vacca che dà anche vitelli e latte (14), Per tutti questi motivi le rese dei campi sono molto scarse, specie nelle nostre valli già di per se penalizzate dal clima rispetto alle più fertili pianure. Le stime più ottimistiche non assegnano, almeno nell'Alto Medioevo, rendimenti superiori al tre per uno, il che significa che seminando un quintale di grano se ne ottengono - al massimo - tre, ma più spesso il rendimento scende a 1,7 per 1, cioè non si raddoppia neppure la semente (15). Un poco migliori sono le rese nel sec. XV, che pare si attestino - sempre nelle condizioni più favorevoli - attorno al 5 per 1. Se a questo si aggiunge il fatto che le sementi del tempo non erano selezionate e producevano quindi chicchi meno numerosi e più piccoli, si può capire la ricorrente paura della carestia: bastava un'annata cattiva e, per sopravvivere, bisognava consumare anche la semente per l'anno seguente, innescando un processo che proiettava lo stato di carestia anche negli anni successivi all'evento disastroso.

I legumi

L'altro polo a cui si deve necessariamente fare riferimento per il grande ruolo che ebbe nella alimentazione del Medioevo, è quello dei legumi: i grandi fornitori di proteine a basso costo, indispensabili specialmente per i poveri che non si possono permettere l'allevamento. Nell'epoca considerata, la carne tende a diventare un alimento più raro sulle mense e riservato solo a particolari giornate festive come i matrimoni od il battesimo dei figli (vedi ad es. gli statuti di Calizzano) ed i legumi assumono maggiore importanza presso una fascia più larga della popolazione.

I legumi sono stati già citati come una delle produzioni "marzenghe"; abbiamo visto come sovente i documenti li confondano con gli altri grani primaverili anche perché, come questi, diventano sostitutivi dei cereali nelle annate scarse. La farina tratta dai legumi entra allora a far parte delle farine panificabili, seguendo un costume già in uso al tempo dei Romani e che abbiamo visto adottato anche per il miglio, le castagne e le altre granaglie minori. I legumi sono certamente diffusi in tutta la val Bormida: in tutti gli statuti, nei cartulari dei notai e in vari altri documenti, i legumi sono sempre citati almeno sotto la voce generica, ma sovente si citano anche i nomi specifici. Così, ad esempio, a Calizzano nei documenti del notaio Francesco Alaria si trovano spesso transazioni e contratti riguardanti ceci e fave (16); a Mallare, negli "Ordini e bandi campestri" del 1617, si stabiliscono le pene per il furto di un "custo di cizeri verdi" e di ogni "tea d'arbilia" (notare i termini dialettali) (17); a Dego nel 1620 si seminano "erbellias", "vecias", "lupinos", "cicera", "fabe" e "lentigie" (18). L'elenco più completo dei legumi che probabilmente si coltivavano in val Bormida lo troviamo però negli statuti di Cairo del 1604 dove sono citati: "ciceri", "arbilie", "cicergie", fiaba", "vecia", "lintiglias" e "lupinos", cioè ceci, piselli, cicerchie (una specie di cece, ma più piccolo), fave, vezze, lenticchie e lupini (19). Sembrerebbe proprio, dal posto occupato in questo elenco e dai riferimenti prima riportati, che la coltivazione più diffusa fosse quella del cece, cosa che potrebbe spiegare anche la persistente presenza mantenuta nella cucina ligure della farina di ceci, che è l'ingrediente essenziale di due piatti tipici come la "farinata" e la "panizza". La minestra di ceci, tradizionale ancora oggi nel giorno dei morti, è un piatto molto popolare, specie quando l'uccisione del maiale fornisce cotiche e ossa per insaporire questa gustosa vivanda, che viene consigliata anche dai medici del tempo purché il cece usato sia quello dalla pelle rossa, ricercato perché gli si attribuiscono qualità epatoprotettive e perché è di gusto più fine (20), In val Bormida i legumi presentano una maggiore varietà nella parte bassa della valle, Cairo e Dego, rispetto alla parte alpina in cui si trovano citati solamente ceci e fave. Queste ultime dovevano essere di due varietà diverse: a pelle bianca e nera. Per questa particolarità, a Cairo, esse vengono usate, durante le votazioni segrete, al posto delle apposite biglie colorate.

Nell'elenco dei legumi prima riportato si possono individuare anche alcune coltivazioni non più in uso come quelle dei lupini e delle vezze, che servivano essenzialmente per l'alimentazione animale. Questi due legumi venivano seminati a pieno campo in alternanza con i cereali, anche perché si era notato che questo serviva a rinvigorire il terreno, cosa che verrà molto più tardi spiegata scientificamente con l'azione dei batteri azotofissatori associati ai legumi. L'antica coltivazione delle vezze ad uso animale viene curiosamente ricordata in una massima locale che viene ripetuta ai bambini che a tavola fanno gli smorfiosi: "Quandi i curombi i son sevli, anche er vezze i pois amore" (Quando i colombi sono sazi, anche le vezze sembrano amare).

Un discorso particolare lo dobbiamo fare per i piselli, che possiamo identificare nella parola "arbilia" o "erbillia", una parola antica che si trova già citata in un testo anonimo del X secolo - il "Miraeula Sanati Colombani" - dove si parla di "legumen Pis, quos rustici Herbeliam voeant"( 21). La forma popolare per pisello è passata anche nei nostri dialetti dove si è conservata praticamente uguale nella forma moderna "arbia", con le uniche eccezioni di Osiglia e Calizzano dove i piselli sono chiamati "lemmi".

Per concludere il discorso sui legumi occorre soffermarci ancora un momento su un legume che in effetti non compare mai nei documenti citati: intendo parlare del fagiolo; un legume che più di ogni altro oggi identifica il mangiare rustico e povero. La cosa comunque non deve stupire: all'epoca, di fagioli se ne conosce una sola specie e per di più poco importante sul piano alimentare. Sono i "fagioli dell'occhio", così detti per la caratteristica macchia nera posta al punto di inserzione del funicolo embrionale( 22). Tutte le altre specie di fagioli che oggi conosciamo giungono in Spagna dalle Americhe dopo i viaggi di Colombo. Dalla Spagna si diffondono in Europa e, non a caso, una comune varietà di fagioli viene ancora oggi conosciuta col nome popolare di "fagioli di Spagna". Nel periodo considerato la coltivazione dei fagioli, già presente ad esempio in Toscana, non è evidentemente ancora giunta nelle nostre valli o vi è presente solo a livello sperimentale.

L'orto

Tra tutte le terre coltivate l'orto ha una importanza del tutto particolare, sia per la sua diffusione - ogni casa ha il suo orto - sia per la cura che viene prestata a questo appezzamento di terreno. L'orto gode infatti di una caratteristica singolare: i suoi prodotti non sono mai soggetti a canone, cioè al prelievo di una parte di essi per il Signore; per l'orto al massimo si pretendono delle regalie: una gallina o qualche altro prodotto - normalmente da versarsi a Natale - che si possono interpretare più come una conferma dei diritti del Signore, che non vere e proprie tasse. Inoltre questo pezzo di terreno non è pignorabile insieme a poche altre cose (casa, vestiario, maiale, attrezzi agricoli, catena e paiolo) ritenute indispensabili per la sopravvivenza quotidiana (23).

L'orto è dunque una specie di zona franca da far fruttare al massimo, in quanto tutto ciò che vi si produce è di esclusiva proprietà di chi lo lavora. La gente trae da esso una parte notevole del proprio sostentamento, ad integrazione dei cereali e dei legumi su cui abbiamo visto gravare prelievi, decime e tasse di macinazione. È comprensibile perciò che all'orto vengano riservate cure particolari, anche perché è collocato in prossimità delle abitazioni e soprattutto delle stalle, con il cui letame è concimato abbondantemente, cosa che rende l'orto molto fertile e che consente rese che possono, una volta tanto, essere paragonate con quelle attuali.

L'orto è anche una proprietà chiusa, privata, difesa normalmente dalle recinzioni che è proibito asportare e superare, come possiamo verificare nelle generali norme statutarie che sanciscono all'uopo severe pene. All'orto ci si rivolge normalmente per il cibo quotidiano e ancora di più nei periodi di carestia quando cereali e legumi scarseggiano. Non ci dobbiamo stupire, a questo proposito, se le cronache del tempo parlano spesso di gente ridotta a cibarsi di "erbe e radici" in quanto i prodotti dell'orto sono divisi appunto in queste due categorie, a seconda se la parte commestibile è sopra o sotto al terreno. Non dobbiamo quindi pensare a gente raminga intenta a brucare erba come gli animali, ma a persone che si arrangiano a sopravvivere sfruttando al massimo i prodotti ortivi, che sono divenuti l'unico cibo possibile (24).

Già al tempo di Carlo Magno, nel "Capitolare de villis", si elencano ben 72 tipi di piante - alimentari e medicinali - che dovrebbero costituire l'orto ideale.

Tuttavia è molto improbabile che un simile orto sia mai esistito, a maggior ragione nelle nostre valli, dove è anzi probabile, per motivi sia pratici che climatici, che il numero degli ortaggi coltivati fosse piuttosto limitato. Non ci sono molte citazioni in questo senso: si parla genericamente di "hortaglia" e al massimo si citano le rape, che però sono spesso seminate in campo aperto. Solo negli statuti millesimesi del 1580 si citano esplicitamente "caulinas, caulos et rapas", cioè "gabuggi" (forse il cavolo cappuccio), cavoli e rape, che evidentemente erano le uniche produzioni di un certo rilievo in Millesimo (25). Il cavolo, in particolare, è sempre stato considerato il "re degli ortaggi"; alcuni testi addirittura gli attribuiscono ampie proprietà medicinali e con esso si confezionano molte delle minestre e delle zuppe dell'epoca. La rapa, invece, occupa quel posto importantissimo che sarà poi della patata, tanto che Bartolomeo Platina vi dedica un intero capitolo del suo libro "De honesta voluptade et valetudine" (1467), in cui mette in evidenza sia i modi di cottura della rapa (lessa, sotto cenere, fritta nel grasso), che le sue proprietà terapeutiche. La rapa può essere anche essiccata e in questa veste viene facilmente conservata e costituisce una scorta di cibo per le minestre invernali (26). Assieme a questi prodotti possiamo dare per certa l'esistenza nei nostri orti della onnipresente triade - agli, cipolle, porri - che sono da sempre il classico cibo delle persone umili, ma che servono anche per insaporire minestre e pietanze normalmente piuttosto sciapite (27). Un altro ortaggio presente negli orti valbormidesi era la zucca che poteva anche lei essere essiccata: in questa veste la troviamo, nel 1648, ordinatamente registrata dal massaro tra le entrate della Compagnia del Suffragio di Biestro. Oltre alle zucche si può, con una certa attendibilità, ipotizzare la presenza negli orti valbormidesi di qualche tipo di insalata, delle bietole e forse anche della carota, che si presenta di colore violaceo o giallastro, sostituita solo nel XVIII secolo da quella arancione, ottenuta selezionando mutanti della carota violetta ed a questa preferita perché cuocendo non cambia il suo colore (28). Presenti sono sicuramente anche alcune piante aromatiche - le spezie dei poveri - quali la salvia, il prezzemolo e forse anche il basilico, quest'ultimo notoriamente divenuto ingrediente base del pesto, la più tipica delle salse liguri.

Gli alberi da frutta

Attorno agli orti, ai margini delle vigne, nei campi troviamo qualche volta alberi da frutta. Quando il campo viene venduto, essi vengono citati perché fanno aumentare il valore del terreno: come i due alberi di mele che il notaio Franceschino Alaria registra in un atto del 1519 dove Bertino e Mariola Ripa di Murialdo vendono a Tommaso Odella, sempre di Murialdo, un terreno campivo e a vigneto in regione "la Costa" (29),

Di atti del genere sono costellati i cartulari dei notai operanti in val Bormida: gli alberi da frutta si presentano quasi sempre isolati, senza raggiungere la consistenza del frutteto, facendo intuire una coltura marginale e scarsamente importante dal punto di vista economico. Forse è la difficoltà a conservare la maggior parte della frutta che sconsiglia di piantare alberi in quantità maggiori di quelle necessarie per l'autoconsumo o per il commercio in ambito locale. La frutta è consumata soprattutto dal ceto contadino, che da essa trae l'essenziale apporto vitaminico.

I nobili, consigliati anche dai medici del tempo, snobbano questo alimento considerato povero e ad esso preferiscono la frutta secca o quella esotica, che è uno degli "status symbol" dell'epoca. Ciononostante le leggi cercano di stimolare la coltura degli alberi da frutta introducendo delle norme che, come ad Altare, impongono a ciascuno "di piantar o far piantare una giornata di vigna et arbori di pome, pere et altri frutti, secondo la sua possanza" (30). Sempre al Altare gli statuti si occupano di un'altra coltura, quella delle prugne, che doveva qui avere una certa importanza tanto che ad esse viene dedicata la rubrica specifica "Delli Brigni", nella quale, oltre a vietare di battere i frutti per i maiali, si vieta anche di "tagliare le Brigne d'altri allevate". Questa parola, in particolare, fa pensare ad una coltura di prugne domestiche, forse addirittura a dei frutteti. È però questo l'unico accenno ad una coltivazione organizzata, se si escludono ovviamente le vigne ed i castagneti da frutto, di cui parleremo più avanti. Normalmente gli alberi erano posti ai margini dei campi e spesso sui confini tra due proprietà. A dirimere le inevitabili liti sulla raccolta dei frutti devono intervenire quasi tutti gli statuti, sancendo salomonicamente che ciascuno può raccogliere i frutti caduti sul proprio terreno e sui rami pendenti sino al proprio confine: regole che la consuetudine ha reso valide ancora oggi. In particolare, è ai margini delle vigne che troviamo il maggior numero di alberi da frutto. Anzi, a Millesimo, fanno da supporto vivo per le viti, che vi si arrampicano sopra, ottimizzando così lo sfruttamento dello scarso terreno delle fasce. Anche a Dego troviamo lo stesso abbinamento alberi da frutto - vigne, ai bordi delle quali compaiono le "persiche", le ormai mitiche pesche da vigna, alberi selvatici dai frutti piccoli, ma profumati e saporiti. Ancora a Dego troviamo l'elenco più particolareggiato dei frutti presenti nelle campagne, fra questi, oltre alle pesche, troviamo pere, mele, prugne, fichi e anche ghiande, considerate qui un bene di proprietà esclusiva (31). Da notare anche l'unica citazione che abbiamo riguardo ai fichi, una pianta particolarmente adatta ai terreni sedimentari (tufacei, diremmo localmente) della parte appenninica della valle. Alberi di fico compaiono spesso tra i muri a secco delle fasce e i frutti vengono seccati e, conservati in reste, compaiono sulle tavole durante le feste, soprattutto quelle natalizie, assieme all'altra frutta secca - nocciole, mandorle e noci - che si riesce a produrre localmente.

Gli alberi di noci sono un'altra presenza costante nel panorama valbormidese: sono nominati ad Altare, ma anche negli statuti di Osiglia e Bormida, dove il capitolo "De non damnificando alienum nuces" ci rende noto che queste piante erano tenute in particolare considerazione. La produzione delle noci non è infatti vista solo sotto l'aspetto del consumo del frutto secco - che entra come ingrediente anche in saporite salse - ma soprattutto per la produzione di olio che si ottiene dai preziosi gherigli. È stata ancora una volta l'ossessione della autosufficienza alimentare che ha portato alla produzione di quest'olio succedaneo di quello di oliva, che non poteva essere prodotto localmente per le difficili condizioni climatiche.

Sono soprattutto i monasteri - ricordate il manzoniano fra Galdino? - che stimolano e favoriscono la produzione di olio destinata anzitutto ad alimentare la lampada che giorno e notte deve essere accesa nelle chiese a testimonianza della presenza divina. Per evitare che manchi la materia prima, si raccolgono le noci dalle quali si estrae, in piccoli frantoi, un olio denso e piuttosto torbido che, negli anni di abbondanza, entra certamente anche nella dieta alimentare. La produzione di questo tipo di olio doveva essere comunque molto scarsa; si può perciò ipotizzare che esso non sia stato mai un condimento troppo popolare (32).

La vigna

Un'altra coltivazione, in un certo senso collegata alla presenza della chiesa, è quella delle vigne, che sono costantemente presenti vicino ad ogni monastero. La presenza del vino fra le due specie che servono per celebrare l'Eucarestia, obbliga ad essere forniti di questo prodotto, la cui carenza è intollerabile: scatta anche qui la molla dell'autosufficienza. Si introduce la vite anche in terreni e climi che non sono affatto adatti alla sua coltura, si accettano rese scarse e risultati improbabili, pur di assicurare una minima produzione. E dove i contadini nicchiano ci pensa l'autorità ad obbligarli: così ad Altare come a Calizzano, dove tra le convenzioni del 1481 se ne stipula una con la quale i calizzanesi si impegnano a piantare, "pro qualibet foco, ad minus unam cavariatam vinae", con decime a favore dell'Altare della chiesa di Santa Maria "iuxta antiquas et solitas consuetudines".

Le vigne sono comunque presenti in tutta la val Bormida, con la sola eccezione forse di Bardineto. Troviamo accenni alle viti da Pallare a Dego, da Altare a Cairo, ad Osiglia e Murialdo, per non parlare di Roccavignale, il cui stesso nome rivela ampiamente quale fosse la coltura principale. Distrutte dalla filossera, condizionate negativamente dai cambiamenti di clima ed infine vittime dell'abbandono delle campagne, le viti non sono più di nessuna importanza nella economia della vallata. La vigna sopravvive qua e là grazie al lavoro di pochi appassionati, quasi un reperto archeologico di una attività che ha interessato la nostra valle per quasi due millenni (33). Il vino che si produce nel Medio Evo non è legato solo al fenomeno delle molte taverne esistenti: esso si può conservare facilmente ed entra nella dieta quotidiana delle persone come vero e proprio alimento. Debitamente annacquato, il vino viene consigliato dai medici persino nella dieta dei bambini, con la funzione di fornire indispensabili energie (34). Le vigne sono dunque un valore da difendere e tutti gli statuti presentano norme al riguardo. Ci soffermeremo, per una breve analisi, sugli statuti millesimesi del 1580, che sono al riguardo i più completi, ma analoghe norme si trovano già negli antichi statuti di Millesimo e Cosseria del XIII secolo

Come possiamo dedurre da un catasto tardo-quattrocentesco e ritrovato nel locale Archivio comunale, le viti a Millesimo occupano vaste aree, soprattutto sopra il borgo e verso il castello di Cosseria (35): esse sono la coltura principale di gran parte delle fasce poste sulla collina. Qualche volta troviamo le viti a filari, più spesso sono coltivate ad "alteni": vengono cioè appoggiate ad altri alberi, ad esempio quelli da frutta, su cui esse si arrampicano sfruttandoli come sostegni vivi. È un sistema tradizionale, soprattutto in aree in cui il terreno è scarso e deve essere sfruttato al massimo. Una selva di leggi proteggono la vigna da ogni tipo di danno sia esso provocato dagli animali o dall'uomo. Severe le norme che proibiscono l'accesso alle vigne degli animali: bovini, capre, muli, asini e soprattutto i temuti maiali pagano multe salatissime, specialmente se il danno avviene di notte, quando tutte le pene vengono raddoppiate. Una curiosa norma, che si ritrova anche negli statuti di Pallare e Dego, riguarda persino i cani, puniti per danni che possono dare alle vigne, specie se sono sorpresi "sine sonalino", cioè senza il campanellino che segnali la loro presenza. Dalle vigne altrui non si può portare via proprio niente, nemmeno le foglie, e tantomeno l'uva, a meno che non si tratti di un grappolo o due, nel qual caso la pena è molto leggera. Ma se si va oltre i quattro grappoli, specie se trovati "in saculo, vel gremio aut alio vase", il reato si aggrava sino a venire considerato furto se il tutto avviene nottetempo. L'accusa di furto era, allora, un'imputazione molto grave: la apposita rubrica "De furtis" prevede infatti che: "Chi ruba qualcosa di valore maggiore di un fiorino, se non ha da pagare sia frustato per tutto il Borgo di Millesimo e marchiato in fronte con ferro ardente, e se non può essere catturato, venga bandito dal territorio di Millesimo e se poi pervenisse nei forti delI'III. Sign. Conte sia punito come sopra". Più o meno le stesse pene vengono minacciate anche a coloro che fossero trovati a sradicare le viti o a rubare magliuoli già radicati. Queste pene crudeli sono allora considerate l'unico deterrente ai reati: devono perciò essere pubbliche e pesanti, specie per i poveri che "non avendo niente nell'aria", cioè non avendo nulla da sequestrare, devono "espiare nel corpo come sopra".

Attraverso gli statuti di Millesimo possiamo anche conoscere uno dei vitigni coltivati all'epoca. La citazione, che è l'unica in tutti i documenti consultati, si riferisce ad un vitigno particolare, che produce un'uva molto dolce e profumata: si tratta del Moscatello, un vitigno molto famoso in Liguria, per il cui furto gli statuti sanciscono pene raddoppiate (36), Il Moscatello ligure ebbe una lunga vita che cominciò a declinare verso la fine del secolo scorso, per poi sparire definitivamente sotto gli attacchi della filossera. Una labile traccia di questa coltivazione è rimasta, quasi inconsciamente, in un modo di dire millesimese: per indicare una cosa speciale, con caratteristiche particolari, ancora oggi si usa l'espressione "a l'è muscatella", con chiaro riferimento a quella speciale uva medioevale (37).

Un'altra traccia, che potrebbe indicare un modo diverso di utilizzare l'uva, la troviamo negli statuti di Pallare dove si proibisce di asportare dalle altrui vigne uve "agreste", cioè acerbe.

Se da un lato questa può essere una norma di salvaguardia analoga a quella emanata a Millesimo dal Conte Domenico Del Carretto (38), tuttavia pare singolare che si rubassero uve ancora immature per vinificare. Più probabilmente con questa uva si produceva un'altra sostanza: il sapore d'agro o "agresto", un condimento molto diffuso nella cucina medievale e rinascimentale.

Secondo lo storico della gastronomia Emilio Faccioli, l'agresto si otteneva miscelando succo di uva acerba e un pizzico di sale alI'interno di un vaso che veniva esposto al sole per due a tre giorni. L'agresto, così ottenuto, veniva usato normalmente al posto dell'aceto, rispetto al quale presentava una minore acidità ed un gusto più delicato (39).



Carestie



 

Con il termine di carestie vengono definite situazioni temporanee, e in genere percepite come drammatiche, di mancanza dei principali alimenti per vaste parti di Popolazione (Hans Medick). Esse vanno pertanto distinte rispetto a forme di fame cronica, che caratterizzavano la vita quotidiana di determinate classi non soltanto in periodi di crisi. Ernest Labrousse, ripreso più tardi da Wilhelm Abel, ha interpretato le carestie provocate da cattivi raccolti come "crisi di tipo antico", ossia come tipo principale di un'ampia crisi che nella società preindustriale si produceva a scadenze irregolari (Crisi demografiche ).

Grandi carestie sovraregionali sono note per l'Europa centrale dal ME all'inizio dell'industrializzazione. Per le carestie medievali nell'odierno territorio sviz. sono invece poco numerosi i dati concreti: probabilmente si possono considerare frequenti, come nei Paesi vicini, sia nell'alto sia nel tardo ME, ma più rare almeno nel XIII sec. Studi antropologici su scheletri, che mostrano la diffusione di sindromi carenziali fisiologiche, permettono nuove scoperte sulla situazione alimentare (Alimentazione ), ma non consentono praticamente nessuna datazione esatta di carestie. In Svizzera si hanno attestazioni scritte per gli anni 1438, 1530, 1571-74, 1635-36, 1690-94, 1770-71 e 1816-17; si tratta tuttavia di una cronologia incompleta, perché manca ancora una trattazione sistematica del tema, e perché un numero elevato di carestie restò limitato a singole regioni.

L'interpretazione classica di Labrousse e Abel individuava nei cattivi raccolti il fattore scatenante delle carestie. Effetti diretti in tal senso avevano i rialzi di prezzo legati alla penuria di prodotti alimentari importanti (spec. cereali), ma l'influsso di altri fattori impedisce di individuare una relazione regolare fra evoluzione dei prezzi e riduzione quantitativa dei raccolti. Le crisi venivano acutizzate dai crolli dell'occupazione nelle professioni artigiane e nei servizi: la necessità di destinare all'acquisto di cibo una parte cospicua del reddito faceva ristagnare la richiesta di prodotti da utilizzare a medio termine. Ricerche recenti hanno introdotto differenziazioni nel rapporto causale, relativamente semplice, fra cattivi raccolti e carestie: gli episodi degli anni 1770-71 e 1816-17, ad esempio, sono legati anche ai crolli congiunturali nell'industria tessile. Privi di nessi causali con la scarsità dei raccolti, questi crolli, verificatisi in zone a struttura occupazionale protoindustriale, determinarono una disoccupazione diffusa, che ebbe a sua volta quale conseguenza un inasprirsi delle carestie. In generale è possibile rilevare nel quadro delle carestie una forte diseguaglianza sociale: la fascia colpita era in primo luogo quella che per il suo sostentamento doveva acquistare cereali o fornire in cambio prestazioni ai produttori, vale a dire la maggioranza della pop. non solo urbana ma anche rurale (Classi popolari ). Chi non disponeva di mezzi per procurarsi il cibo pativa in massa la fame; nello stesso tempo vi potevano essere produttori e intermediari che speculavano tesaurizzando cereali. Sulla genesi e sull'andamento delle carestie avevano inoltre un influsso decisivo fattori di politica signorile. L'obbligo di mantenere l'avvicendamento delle colture, imposto dalle autorità in modo da garantire il sistema degli oneri feudali e la priorità di forniture alimentari alle città, impediva (soprattutto in zone marginali quanto a produttività) una struttura agraria più flessibile, adattata alla situazione locale e meno orientata unilateralmente alla cerealicoltura, finendo con il favorire la comparsa di cattivi raccolti. La crisi che prese il via nel decennio 1690-1700 colpì con particolare durezza proprio alcune regioni a bassa produttività. La situazione di penuria era aggravata dalla politica di mercato delle città-Stato, volta in primo luogo ad assicurare l'approvvigionamento della pop. urbana, e dai blocchi imposti ai cereali in territori limitrofi: a Basilea il rincaro degli anni 1770-71 fu dovuto più a tali blocchi che non al calo vero e proprio dei raccolti. Ad attenuare gli effetti delle carestie contribuivano, d'altra parte, interventi preventivi e di emergenza promossi dalle autorità (imposizione di Scorte domestiche , Politica annonaria , costruzione di Granai , lotta alla disoccupazione ecc.), spec. nel corso del XVIII sec., quando divennero più efficienti.

Markus Müller ha elaborato un quadro tipologico sulla demografia delle carestie in base ai dati disponibili in Svizzera relativi alla crisi dell'ultima decade del XVII sec. Dopo questo periodo, si ebbe un aumento della mortalità di entità e durata significative; particolarmente vistosa fu tuttavia la diminuzione delle nascite, che anche a distanza di anni dalla crisi continuavano a restare sotto la media di lungo periodo. Poiché i tassi di Nuzialità reagirono in misura minore e si ripresero più rapidamente, la fecondità delle coppie sposate risultò a lungo più bassa sia per motivi fisiologici - come l'amenorrea (assenza di mestruazioni) legata alla fame - sia per libera scelta dei coniugi. Fra i dati delle statistiche vitali, era dunque determinante nel caratterizzare le carestie non l'elevata Mortalità ma il calo della Natalità ; per alcune carestie, d'altronde, l'unico dato significativo è la diminuzione delle nascite durante e dopo l'evento catastrofico ma non l'aumento dei decessi, cosicché si può parlare di "crisi larvata" (come nella regione basilese durante gli anni 1770-71). Le Migrazioni avevano poi un influsso altrettanto determinante sull'andamento demografico delle carestie, dal momento che, spec. fra i ceti più poveri, la fame poteva costringere all'Emigrazione definitiva; l'azione combinata di tutti questi fattori faceva sì che dalle carestie risultasse un calo di pop. più duraturo che dalle epidemie di Peste .

Le carestie erano situazioni di penuria in cui mancava l'elemento nutrizionale principale, cioè il grano: il che rendeva non più disponibili cibi consueti come il pane e i piatti caldi a base di puree o farine. Nel migliore dei casi un surrogato era dato dalla verdura e, a partire dal XVIII sec., dalla Patata ; un cibo diffuso fra gli affamati, invece, era la pappa calda di crusca. Risultava dunque inevitabile la necessità di consumare cibi crudi inconsueti o tabuizzati: radici, erba, ortiche, fieno, piante selvatiche, cortecce, scarti di macellazione, carne felina, canina oppure equina. Spesso questi cibi sostitutivi erano poveri di elementi nutritivi o erano addirittura nocivi; fra le conseguenze della fame e della malnutrizione sul piano della salute vi era l'indebolimento generale, che rendeva le persone colpite sempre più apatiche e in casi estremi portava alla morte (talvolta sulla pubblica via). Oltre alle malattie da fame vere e proprie, come certi edemi e la licoressia, aumentavano le malattie infettive legate a cibi guasti o a cattive condizioni igieniche (dissenteria, tifo addominale o febbre petecchiale). Anche l'esperienza degradante del consumo di cibi insoliti e tabuizzati era una fonte non trascurabile di malattie.

Le carestie costituivano una minaccia esistenziale sul piano fisico ma anche dal profilo mentale, poiché significavano un crollo della normalità, di per se stessa labile, della compagine sociale. Le persone ridotte alla fame perdevano lo status consueto, non potevano più adempiere ai doveri religiosi (ad esempio recarsi in chiesa, per mancanza di abiti adeguati, o fare pie donazioni per i defunti, in mancanza di denaro) o dovevano perfino rinunciare a una dimora stabile; nel tentativo di elaborare strategie di sopravvivenza, ricorrevano in massa alla Mendicità ed erano disposte più spesso a violare le norme, con conseguente aumento dei reati contro la proprietà. L'interpretazione religiosa di questa situazione estrema come castigo di Dio era diffusa e persisteva anche nella memoria successiva di tali eventi, per quanto esistano testimonianze (come il diario di Ulrich Bräker del 1770) che mostrano come questo modello interpretativo non venne accettato dappertutto; il potere religioso e secolare, in ogni caso, lo propagandava e lo utilizzava anche come mezzo di disciplinamento. Insieme alla politica assistenziale, che favoriva la lealtà verso le autorità, il fenomeno può forse spiegare la quasi assoluta mancanza di rivolte dovute a carestie.


Bibliografia
-A.-M. Piuz, «La disette de 1693-1694 à Genève et ses conséquences démographiques», in Mélanges publiés par la Faculté des Sciences économiques et sociales de l'université de Genève, 1965, 175-185
-W. Abel, Massenarmut und Hungerkrisen im vorindustriellen Europa, 1974
-A. Perrenoud, La population de Genève du seizième au début du dix-neuvième siècle, 1979, 433-436
-M. Mattmüller, «Die Hungersnot der Jahre 1770/71 in der Basler Landschaft», in Gesellschaft und Gesellschaften, a cura di N. Bernard, Q. Reichen, 1982, 271-291
-M. Mattmüller, Bevölkerungsgeschichte der Schweiz, parte 1, 1987, 260-307
-H. Medick, «Hungerkrisen in der historischen Forschung», in Sozialwissenschaftliche Informationen für Unterricht und Studium, 14, 1985
-M. Montanari, La fame e l'abbondanza, 1993
-L. Specker, Die grosse Heimsuchung, 2 parti, 1993-1995
-M. N. Haidle, Mangel - Krisen - Hungersnöte?, 1997

Autore: Fridolin Kurmann / vfe

DA  http://www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I16226.php

Sfoglia marzo        maggio
calendario
rubriche
tag cloud
links
cerca