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crisi alimentare e scavenging.
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2008

un sacco da 23 chilogrammi di riso ad Haiti costa 53 dollari

16 senatori su 27 hanno già espresso il loro parere contro il governo nazionale di Haiti, impantanato nella crisi più grave degli ultimi anni.
Le misure adottate per risolvere la situazione disperata dal primo ministro, Jacques Edouard Alexis hanno grandi oppositori gli stessi contrari al presidente Rene Preval,  rinchiuso al sicuro nel suo palazzone di Port-au-Prince, dove sta passando certamente un brutto momento.

Il presidente  anche se riuscisse a far dimettere Alexis, ascoltando le richieste dei politici haitiani, rischia certamente molto. La situazione è incontrollata. La disoccupazione fa strage del popolo come purtoppo già da molto tempo non  è una novità, se ad essa non si fosse affiancato un demone ancora più grosso e spietato, la fame. Un sacco da 23 chilogrammi di riso ad Haiti costa 53 dollari, un dramma x la nazione perché la maggior parte della popolazione vive con poco meno di 2 dollari al giorno.

L’impennata dei prezzi dei generi alimentari: più 40 per cento solo considerando il secondo semestre del 2007. Alimenti più cari, e spese maggiorate per il loro acquisto. Una preoccupazione per molti nel globo. Un dramma per la gente dell’isola.

A poco è servito il meeting d’urgenza indetto dal presidente con le società di importazione alimentare. Abbassare del 15 per cento, vale a dire di 8 dollari –da 51 a 43- il prezzo di un sacco di riso non ha sortito gli effetti sperati. Qualcuno ci ha anche rimesso la vita. Questa volta è toccato ad un peacekeeper delle Nazioni Unite, centrato in pieno da una pallottola sparata da ignoti nelle vie della capitale nella giornata di sabato. Preval ha intanto annunciato che le somme stanziate come aiuti da parte della comunità internazionale verranno investite nell’acquisto di generi di prima necessità.

Ha perfino iniziato un braccio di ferro serrato con il settore privato nazionale, costringendo le aziende ad accettare un’ulteriore ipotetica riduzione del prezzo di altri 3 dollari. Un accorato appello è stato lanciato al Venezuela, affinchè invii al più presto in loco tonnellate di fertilizzante da indirizzare nelle campagne desolate, a quel settore agricolo ormai in ginocchio. In città la situazione non è affatto migliore. Centinaia di manifestanti continuano a scontrarsi con i peacekeepers. Lo stesso comandante della missione delle Nazioni Unite ad Haiti, Carlos Alberto Dos Santos Cruz, ammette candidamente che l’unica speranza per l’isola sia rappresentata da un pacchetto di riforme.

Una vita pacifica per la gente del posto. Cambiamenti politici, sociali, economici sono l’unico argine all’imperante ondata di instabilità che sta mettendo a ferro e fuoco i villaggi e le colline. Paradossalmente, nell’inglese forbito delle parole che utilizza per descrivere le condizioni della popolazione, diventa oggi difficile distinguere la parola “hungry”, affamati, da “angry”, rabbiosi. Le barricate che puntellavano il suolo delle vie principali della capitale sono state smantellate già da giovedì. Le cataste di pneumatici dati alle fiamme giacciono ora in disordine a bordo strada.

L’assedio di martedì al palazzo presidenziale è stato sciolto. Sulle prime, anche l’intervento dei caschi blu brasiliani, precipitatisi sul posto con le jeep per allontanare i rivoltosi con proiettili di gomma e gas lacrimogeno, era sembrato poco più di un palliativo. Il presidio delle forze internazionali aveva realizzato un cordone di sicurezza fatto apposta per il palazzo di Preval. Un tassello blindato nel mosaico del caos. Appena poche centinaia di metri più avanti, un drappello sparuto di manifestanti aveva tentato di estrarre a forza una donna dal veicolo sul quale viaggiava.

Questa è l’immagine migliore di un’isola in pericolo. E dei suoi 8 milioni e mezzo di figli, l’80 per cento dei quali è costretto a vivere al di sotto del limite di povertà. Una Haiti che piange ancora per i suoi guai. E per la fame infinita. Per quel prezzo del riso, raddoppiato nel giro di appena due mesi, mentre si impennava anche il costo del carburante. I più disperati si cibano ormai di rudimentali biscotti ottenuti impastando olio vegetale, sale e immondizia. “Io paragonerei questa situazione a quella che si verifica quando una persona è costretta ad andare in giro con una tanica di benzina, avendone intorno un’altra che maneggia fiammiferi” confessa Patrick Elie, collaboratore del presidente Preval.    

“Se i due finiscono per incontrarsi sono guai seri” chiosa con naturalezza. Di fronte alle auto incendiate, alle finestre sfondate e ai palazzi divorati dal fuoco diventa sempre più difficile far finta di non udire i lamenti. Molti nostalgici sognano addirittura un ritorno del deposto presidente Jean-Bertrand Aristide. “Il progresso qui è estremamente fragile, e per di più facilmente reversibile” ha detto serissimo l’inviato delle Nazioni Unite Hedi Annabi. Altri haitiani incolpano i 9.000 effettivi delle Nazioni Unite, giunte sull’isola nel 2004, dopo la sommossa che accompagnò la caduta dello stesso Aristide.

Il governo, o ciò che ne resta, insiste sul sospetto di una regia esterna per i disordini. Nel mirino ci sono i trafficanti di stupefacenti. E Guy Philippe, boss della droga e leader ribelle già datosi alla macchia, che ha oggi alle calcagna anche i servizi segreti degli Stati Uniti. In questa ridda di voci haitiane, infine, non può mancare la lettera dei 16 senatori all’indirizzo dell’ormai inviso primo ministro Alexis. Sbirciando fra le righe del testo, si legge un “è ovvio che la maggioranza della popolazione non crede più nella capacità del governo di intraprendere misure coraggiose per fronteggiare la miseria che la gente è costretta ad affrontare ogni giorno.”

E’ proprio questo che occorre oggi all’isola di Haiti: un coraggio immenso per battersi contro lo spettro della miseria. E qualcuno disposto a risvegliare dentro di sé questa preziosa dote. Perché finora sembra proprio sia stato fatto troppo poco. E troppo tardi.

da  http://www.articolo21.info/rubrica.php?id=41&table=rub_OSSERVATORIOESTERI


 




Tratto dal supplemento di Repubblica di mercoledì 2 Giugno"...."The New York Times"

Dove non c’è niente da mangiare, ci si accontenta di cuoio, polvere insetti.

DONALD G. McNEIL Jr.

Tutti i cespugli di mukhet vicino, ai campi profughi del Ciad orientale sono stati ripuliti. E l’ultimo avvertimento degli uomini del Programma alimentare mondiale a beneficio degli oltre 100.000 sudanesi dai combattimenti nel loro paese, e che ora patiscono la fame.
Le bacche di mukhet sono velenose e devono essere tenute, a, bagno per giorni per rimuovere le tossine. Dopo averle fatte essiccare devono essere triturate, ma la farina che se ne ottiene ha uno scarso valore nutritivo.
Nelle bidonville di Haiti capita di vederebiscotti impastati a forma di spirale stesi a essiccare al sole. Sembrano quasi invitanti finché non ti dicono gli ingredienti burro, sale, acqua e terra.
In un mondo in cui i ricchi spendono milioni di dollari per evitare di assumere carboidrati e in cui le Nazioni Unite dichiarano l’obesità una minaccia sanitaria mondiale, la crudele realtà è che sono molto più numerose le persone che ogni giorno si devono ingegnare per ricavare il fabbisogno calorico sufficiente.
In Malawi, i bambini vendono spiedini di topo per strada. In Mozanbico, quando le cavallette mangiano i raccolti, la gente mangia le cavallette, ribattezzate “gamberi volanti”per il loro sapore di pesce.
In Ghana, la gente scava nei formicai e nei termitai per tirare fuori i minuscoli semi che gli insetti hanno stipato nei loro magazzini. Alcuni di questi semi provocano fatali reazioni allergiche.
In Liberia, durante la guerra civile de 1989, tutti gli animali dello zoo nazionale, tranne un leone guercio, furono divorati. Cani e gatti sparirono dalle strade della capitale.
Ma almeno queste sono proteine fresche. Durante l’assedio di Kuito in Angola nei primi anni 90’ Carlos Sicato, dipendente del Programma alimentare mondiale, raccontava di un uomo che aveva promesso alla sua famiglia, mostrando loro una vecchia sedia: "Se non ci ammazza oggi, sopravviveremo per altri quattro giorni". Tenne a bagno, il cuoio per 15 ore, per farlo ammorbidire e rimuovere i prodotti chimici usati per la conciatura. Poi, mettendolo a bollire, si fece una"zuppa d'agnello'.
Anne Sophie Fournier, direttrice della filiale americana di Action contre la faim, dice di aver letto che durante le carestie,degli anni '30 in Unione Sovietica la gente mangiava anche i mobili. La scena del film La corsa all'oro,. in cui Charlie Chaplin, intrappolato in una capanna di legno nello Yukon, si mangia la scarpa (in realtà era fatta di liquirizia), non era del tutto campata per aria.
La fame fa emergere quelli, che gli esperti nella lotta alle carestie chiamano "meccanismi di adattamento". Le donne eritree si legano, pietre piatte sulla pancia per alleviare i morsi della fame. In molti paesi le madri mettono a bollire le pietre e dicono ai bambini che la cena è quasi pronta, sperando, che nell'attesa si addormentino. Non mangiare funziona, dicono, gli esperti di carestie, almeno per un po'. I contadini che vivono di stenti sanno che, se riescono a razionare quello che è rimasto e a tirare avanti un altro po', forse la pioggia arriverà. O arriveranno camion dell’Onu carichi di biscotti iperproteici e zuppe di soia e granturco.
"Gli scioperi della fame dimostrano, che, in un ambiente controllato, la gente può vivere fino a 40 giorni senza mangiare", dice Patrick Webb direttore, della nutrizione per il Pam. "Ma una situazione di carestia non si può definire un ambiente controllato".
Dal. 1500, affermano gli storici dell’Economia, nessuna carestia è stata provocata unicamente dalla mancanza di,cibo. La siccità può distruggere i raccolti, ma c’è sempre un elemento politico che, impedisce l’arrivo dei soccorsi: l’indifferenza inglese durante la carestia delle patate in. Irlanda, la volontà del regime maoista di schiacciare i contadini durante il Grande Balzo in Avanti la guerra fra clan in Somalia che costrinse a chiudere i porti.
Nessun regime democratico, ha mai dovuto affrontare una carestia di massa.
Mangiare la terra è un meccanismo di adattamento che si rivela utile in periodi di difficoltà. In medicina viene chiamato pica e tra i popoli ricchi è considerato una patologia, ma tra i poveri può essere utile per aggiungere minerali alla dieta..
Nei mercati dello Zambia si vendono balle di argilla commestibile. In Angola, un terriccio scuro chiamato "sale nero" viene aggiunto al cibo freddo, ma non può essere cotto perché altrimenti perde il sapore.

Haiti è il paese più povero dell'emisfero occidentale dove la denutrizione è molto diffusa e il 76 per cento della popolazione vive con 2,25 dollari al giorno. Oltreciò, essendo di frequente soggetto alla furia d'inondazioni e calamità varie, è bastata la stagione degli uragani del 2007, a causare un aumento dei prezzi alimentari del 40 per cento. E le provviste sono scarse. Per questo la Fao (Food and Agriculture Organisation) ha dichiarato l'isola caraibica in stato di emergenza.

Tutto ciò, naturalmente, ha costretto molti dei poveri della capitale Port-au-Prince ad industriarsi in qualche modo, nella speranza di poter sopravvivere... Così, ora che la fame si è fatta più nera, anche la terra si è trasformata in cibo.

Difatti i prezzi degli alimenti in continuo aumento e la scarsità delle provviste hanno costretto molti abitanti di Haiti a mangiare delle specie di biscotti fatti con un composto di terra mescolata con acqua, sale e margarina vegetale. Questi biscotti, la cui argilla proviene dalla regione dell'altopiano centrale dell'isola, vengono prima stesi al sole a seccare e poi venduti al market della slum di Haithi La Salines, dove attualmente due tazze di riso vengono vendute a 60 centesimi di dollaro, più 10 centesimi del dicembre scorso e 50 per cento in più rispetto a un anno fa... Fagioli, latte condensato e frutta hanno subito un analogo destino.

Tuttavia, la tradizione vuole che quella particolare argilla venga mangiata dalle donne incinta come un antiacido e fonte di calcio. Il professor Gerald Callahan, immunologo del Colorado State University, dice che il fango può contenere parassiti o tossine pericolose, ma può anche rafforzare l'immunità del feto ad alcune malattie.

Intanto, mentre questo espediente alimentare sta salvando molte vite umane... il prezzo dell'argilla utilizzata per fare i biscotti è aumentato considerevolmente...



Scavenging

Qualcuno anni fa ipotizzò una seconda fase della crisi globale, quella definita "scavenging". Ovvero, il recupero e riutilizzo dei prodotti della società dei consumi in una futura epoca di scarsità.

Altri sostengono che noi, almeno nei Paesi occidentali, abbiamo completamente perso la capacità di riutilizzare, avendo dimenticato le necessarie conoscenze low-tech.

Ebbene, le notizie paiono smentire chi non ha fiducia nelle capacità di adattamento umane, che durate millenni non si perdono per qualche decennio di vita comoda. Mentre tutti continuiamo a gettar via automobili come scarpe vecchie, in USA ci sono abilissimi ladri capaci di scivolare sotto le auto di un parcheggio, smontare la marmitta catalitica e filarsela in pochi minuti con un bel po' di marmitte sottobraccio.

Una marmitta è per noi un pezzaccio di ferro puzzolente. Cosa può mai attirare un ladro? Il platino, ad esempio: il 60% del platino mondiale finisce nelle catalitiche. E anche se la quantità è talmente minima da non aver mai fatto gola a nessuno, in un momento in cui la produzione di platino è piatta e la richiesta cresce del 14% all'anno ecco pronto chi riempie il gap tra domanda e offerta.

Naturalmente non è questo il modo più etico di riciclare, ma sta succedendo lo stesso con il rame. La rete ferroviaria europea è oggi vittima di continui furti di rame, e c'è chi racconta divertito di avere visto a Napoli dei negozietti con cartelli "vendesi rame"... non certo di provenienza mineraria.

Anche se non siamo ancora alla fase "scavenging", cominciamo ad assistere ad una prima convivenza tra la civiltà del consumo e dello spreco e piccole nicchie di recupero e riuso. Anche il mio elettricista (che come tutti i suoi colleghi è noto per disseminare cantieri di fili tagliuzzati) mi raccontava che ora recupera pazientemente tutti i pezzettini di prezioso filo di rame per poi rivenderlo e recuperare qualche soldo.

Qualcuno, insomma, comincia a non sprecare più. Peccato che, come sempre, questo accada solo quando si tocca il portafoglio


E i biscotti di terra di Haiti, chiamati argile o terre, non sono l'ultima risorsa contro la fame. Sono un piatto tipico dei poverissimi, a metà fra uno spuntino e un atto disperato.. Da anni sono regolarmente prodotti e commerciati. L’argilla viene impastata con la margarina o il burro, insaporita con sale, pepe e dadi per brodo, divisa in migliaia di biscotti e messa in “forno” cioè appoggiata. su lenzuola di cotone stese sul pavimento di, cortili assolati e tenuti puliti a questo scopo. Costano circa un centesimo di dollaro l’uno.

PER RICORDARE A COSA SERVE L'AGRICOLTURA....

Parlare di alimentazione significa parlare, anzitutto, di agricoltura e di tecniche agricole. La coltivazione dei campi ha consentito all'uomo, fin dalla preistoria, di ottenere, su piccole porzioni di terreno, una quantità di cibo impensabile ..SEGUE



da  http://crisis.blogosfere.it/2008/01/a-caccia-di-materie-prime.html
crisi alimentare
post pubblicato in Diario, il 22 aprile 2008

Global crisi alimentare: la fame affligge Haiti e il mondo

Di Stephen Lendman

 

Ecco online istantanee della situazione in parti dell'Asia:

 

-- Agricoltori filippini  catturati per  accaparramento di riso rischiano una vita l’ergastolo per "sabotaggio economico";

 

-- Migliaia di indonesiani (Jakarta) sono  stati sorpresi  nella distruzione dei loro mezzi di sussistenza  per l’accaparramento di soya

 

-- Una  con autosufficienza alimentare come Giappone e Corea del Sud stanno reagendo "amaramente (come), al calo di alimenti stock-to-consumo  è oggi il rapporto più basso di tutti i tempi";

 

-- L'India non è più in grado di esportare milioni di tonnellate di riso; è invece costretto ad avere una "speciale riserva strategica alimentare, in cima alle attuali scorte, grano e riso;"

 

-- La Thailandia  che è il più grande produttore di riso, ha aumentato il suo prezzo  del 50% negli ultimi mesi;

 

-- Paesi come le Filippine e Sri Lanka sono costretti ha scorte militari per la sicurezza delle forniture di riso; gli altri paesi asiatici stanno lottando per far fronte ai prezzi  che salgono e gli insufficiente approvvigionamenti;

 

-- Globale, il riso è l'alimento base per tre miliardi di persone, un terzo di loro sopravvivono con meno di $ 1 al giorno e sono in fascia  di  "insicurezza alimentare;" significa che hanno fame e a maggio rischiano  la morte  se non verranno aiutati.

 

 

 I consumatori di paesi ricchi si servono nei supermercati e, in tempi di crisi, deviano i consumi dai beni superflui a quelli strettamente necessari non mettendo in pericolo la  propria sopravvivenza.

Un calo dei consumi è un segnale però si sintetizza creando un certo disagio al mercato, differente è in altri paesi del mondo dove le persone povere  sono il fulcro del grande consumo, questa gente  purtroppo momenti di crisi rischiano  e si espongono al probabile disagio della fame. Aumentano in tutto il mondo i prezzi dei prodotti alimentari,  segni di proteste e disordini giungono, dal Messico,Indonesia, Yemen, Filippine, Cambogia, Marocco, Senegal,Uzbekistan,Guinea,Mauritania, Egitto, il Camerun, Bangladesh, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Perù, Bolivia e Haiti,paesi  che hanno quasi sempre una produzione autosufficiente. Oggi invece per questi paesi non vi  è più autosufficenza alimentare ed il consumo interno è sopperito da forti importazioni in balia di aumenti imposti dalle agro-alimentari.

La penuria di grano in Perù e'cosi' acuta che molti militari sono costretti fare il pane con  la farina di patate. In Pakistan, migliaia di camion che trasportano grano e farina sono scortati da le truppe militari. In Thailandia, i campi di riso degli agricoltori sono controllati con turni di guardia dai proprietari in balia di contini furti notturni da parte di ladri affamati. Negli ultimi mesi il prezzo del riso è quasi  raddoppiato, ed e'crisi  per la metà o più della popolazione mondiale.

L'aumento dei prezzi e la scarsità del prodotto ha spinto alcuni dei maggiori produttori mondiali come  la Thailandia (il più grande esportatore), ad esportare meno, seguono a ruota  il Vietnam, India, Egitto, Cambogia . Molti produttori di altri cereali stanno facendo lo stesso, l'Argentina, il Kazakistan e la Cina con meno si esporta  più l'aumentano i pezzi.

Altro fattore rilevante è l’aumento del petrolio e dei costi di trasporto e la sua  la crescente domanda nei paesi asiatici, ancora speculazione, parassiti nel sud-est asiatico e  australiano nei trascorsi 10 anni,  siccità, e inondazioni in Bangladesh e in altri paesi, 45 giorni a freddo polare  in Cina il tutto sommato  alla diversione per i biocarburanti ne conviene  una crescente crisi mondiale. Contemporaneamente, di milioni di cinesi e indiani hanno redditi più elevati,  e stanno modificando le loro abitudini alimentari, si consumano più carne di pollo e altri prodotti di origine animale che sul posto  creano enormi esigenze per la produzione di cereali.

 

L'ONU Food and Agricultural Organization (FAO) ha riferito che i costi del cibo sono aumentati in tutto il mondo di quasi il 40% nel 2007,  il 42%  dei cereali e di quasi il 80% i prodotti lattiero-caseari . La Banca mondiale ha constatato che  prezzi dei prodotti alimentari sono cresciute del 83% dal 2005.

 Le agenzie di aiuto alimentare , quali le Nazioni Unite del World Food Program (WFP) a causa dell’aumento dei costi  del cibo e energetici, ha inviato un appello urgente ai donatori,  per il giorno 20 Marzo  utile a colmare  $ 500 milioni di divario  attuali .  I prezzi dei generi alimentari continuano ad aumentare e non mostrano segni di controtendenza. Per i poveri del mondo, come la gente di Haiti, la situazione è disperata, la gente non può permettersi il cibo,hanno fame e non rendono.

 

Haiti - la fame nel mondo poster bambino

 

Haitain

 

La crisi è così estrema che la gente consuma fango cookies (chiamato "pica") per alleviare la fame. E 'un disperato rimedio haitiano di cibarsi mescolando un composto di terra con acqua, sale e margarina vegetale. Questi biscotti, la cui argilla proviene dalla regione dell'altopiano centrale dell'isola, vengono prima stesi al sole a seccare e poi venduti al market della slum di Haithi La Salines, dove attualmente due tazze di riso vengono vendute a 60 centesimi di dollaro, più 10 centesimi del dicembre scorso e 50 per cento in più rispetto a un anno fa e solo pochi possono fare aquisti. In affollate baraccopoli, la gente utilizza  per un  pasto una combinazione di terra, sale e verdura essendo tutto quello che possono permettersi. A Port-au-Prince AP alcuni  reporter  commentano questo cibo "una buon consistenza (ma) il tasso di secchezza impasta bocca e lingua non appena  lo si assaggia, uno sgradevole sapore  rimane a lungo ". Ma la peggio cosa è che danneggia la salute umana. Un cookie di fango causa grave malnutrizione, angoscia intestinale, e  altri effetti deleteri potenzialmente mortali x  le tossine e parassiti che probabilmente sono nella terra che lo compongono

 

E’ incredibile ma il costo di questo killer da stomaco è in forte aumento.Gli Haitiani x comprare,  "l’ argilla commestibile" pagavano l’anno scorso quasi $ 1,50, seviva per  produrre circa 100 cookie (circa 5 centesimi ciascuno), oggi occorrono  circa $ 5, prezzo inferiore a qualche cibo decente eppure molti haitiani non possono permetterseli.

 

-- 80% di loro sono in stato di emergenza alimentare e Haiti è divenuto uno dei più poveri paesi del mondo;

 

-- La disoccupazione è dilagante, e due terzi o più dei lavoratori hanno solo sporadici posti di lavoro e, guadagnando qualche  decina di centesimi all'ora; ufficialmente nel paese il salario minimo è pari a € 1,80 al giorno, ma fonti  esterne dalle ufficiali indicano che  il 55% dei lavoratori haitiani ricevere solo 44 centesimi al giorno, una cifra insufficiente per vivere.

 

Ecco come vivono gli haitiani.

Hanno grandi famiglie, vivono in case di cartone o di latta, non c'è acqua corrente, poca o niente energia elettrica, le condizioni di vita ed igieniche sono spaventose. Le lenzuola sono spesso infestate da nugoli di  mosche, non ci sono servizi igienico-sanitari,  l'immondizia è  sparsa ovunque. I bambini sono sempre affamati, non c'è mai abbastanza cibo, un misero pasto al giorno è l’obbiettivo di molti che guardano alla sola sopravvivenza. Le malattie più comuni sono altamente diffuse, e le prospettive di vita sono molto basse. I Caschi Blu della  "missioni di pace" nulla possono contro la violenza delle bande in comunità come Port-au-Prince's Cite Soleil che calpestano qualsiasi legge.

La situazione sanitaria è ssolutamente disastrosa:  in tutta la regione del nord-est (dove si trova anche Port-de-Paix), non ci  sono medici  sufficenti , pochi  infermieri, e pochissimi chirurghi, solo qualche anestesista.

Ora, con questa crisi alimentare, gli haitiani sono nelle strade alla ricerca disperata di qualsiasi cosa possa offrire un lavoro o cibo.  Iprezzi per gli  essenziali  sono  triplicati negli ultimi anni il presidente, e il primo ministro del governo  non  hanno fatto praticamente nulla x risolvere la situazione . Per giorni,ci sono state proteste erano in tutto il paese.
Il popolo x giorni in tutto il paese ha violentemente protestato sfasciando migliaia di finestre,  edifici danneggiando automobili , saccheggiato negozi alla ricerca di  cibo. Assembramenti davanti al palazzo presidenziale, si sono composti al grido "siamo affamati" chiedendo a gran voce le dimissioni del  Presidente Rene Preval .

segue...

da http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8754

 

 

Ecco online istantanee della situazione in parti dell'Asia: 


Nuovo record del prezzo del riso

LA7.it: Servizio di Giorgio Meletti - 20/04/2008

La penuria di cereali nel Terzo mondo sta diventando un' emergenza politica internazionale

Rivolte per il pane,è allarme globale

INDIA
Senza freni il prezzo del riso, l’India ne proibisce l’esportazione
Il prezzo è raddoppiato in 3 mesi. Misure simili già prese da Vietnam, Egitto e Cambogia, mentre la Thailandia ne discute. Ora si teme una corsa al rialzo. La Cina “costretta” a togliere i prezzi imposti e pagare di più gli agricoltori.


I prezzi dei cereali volano Rischio crisi mondiale


Record Riso, grano e mais raddoppiati Il prezzo del trasporto sale fino al 74%

Aumento senza sosta dei prezzi alimentari nei Paesi in via di sviluppo. «Le scorte sono al minimo, i Paesi ricchi devono aumentare gli aiuti» è l'allarme della Fao. E da est a ovest scoppia la rivolta del pane.
La bolletta cerealicola dei Paesi poveri cresce senza sosta, nel 2007/2008 aumenterà del 56% e la Fao lancia l'allarme in un rapporto presentato ieri a Roma sulle previsioni di produzione dei cereali dal titolo «Crop Prospects and Food Situation», in cui esorta tutti i Paesi donatori e le istituzioni finanziarie internazionali ad incrementare la propria assistenza, per un ammontare compreso tra 1,2 ed 1,7 miliardi di dollari.

di John Voice 


Per i Paesi africani a basso reddito con deficit alimentare, la bolletta per tariffe e trasporto del petrolio aumenterà del 74% a causa dell'impennata dei prezzi dei cereali, delle tariffe dei trasporti e del petrolio. I prezzi dei cereali non accennano a rallentare la loro corsa, per la domanda sostenuta e il progressivo esaurimento delle scorte. Nel 2007, secondo il rapporto Fao, il prezzo del riso è quello che ha registrato l'aumento maggiore, a seguito dell'imposizione di nuove restrizioni all'esportazione da parte di alcuni tra i maggiori Paesi esportatori. Alla fine di marzo i prezzi del grano e del riso erano circa il doppio dell'anno precedente, mentre quelli del mais erano aumentati di oltre un terzo, secondo il rapporto.
Negli ultimi mesi, si sono verificati scontri della popolazione, in Egitto, Camerun, Costa d'Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Indonesia, Madagascar, Filippine e Haiti, a causa dei forti aumenti dei prezzi del pane, dei prodotti a base di mais, del latte, dell'olio, della soia e di altri prodotti alimentari di base, nonostante le misure prese dai governo locali di restrizioni alle esportazioni, sussidi, riduzione delle tariffe e controllo dei prezzi. In Pakistan ed in Tailandia si è dovuto ricorrere all'esercito per evitare assalti al cibo nei campi e nei magazzini. In India perisno il prezzo ela cipolla è aumentato del 130%.
«È necessario mettere in atto un enorme piano di trasferimento di sementi, fertilizzanti e mezzi di produzione nei Paesi in via di sviluppo - ha spiegato il direttore generale della Fao, Jaques Diouf, presentando il rapporto trimestrale -. Non è più possibile contare sulle scorte mondiali di cereali, sono al livello minimo dal 1980 e sono diminuite del 5% rispetto all'anno scorso».

IL TEMPO, 12-04-08

La bolletta cerealicola dei paesi poveri crescerà del 56% nel 2007/08

vola il prezzo dei cereali<br>


17/04/2008 KAZAKISTAN
Nel mondo dell’economia globale tornano i divieti all’esportazione di grano


 
Foto di Archivio Nazioni Unite

LE RIVOLTE PER FAME
Forni sotto assedio
Prezzi da record e scorte a rischio Inizia nel mondo la guerra del cibo 
Crisi del riso in Asia
La Thailandia controcorrente lancia la sfida agli aumenti
Tensione ad HAITI
In piazza contro i rincari Attaccati i mezzi dell'Orili
Raddoppiati in un anno i costi dei beni, al 70% di provenienza straniera. Sono già 5 le vittime delle violenze di strada





CINA: PREZZI DI CARNE E RISO ALLE STELLE; IL GOVERNO TEME LA RIVOLTA DEI POVERI

 
Le autorità cinesi assistono con spavento al rapido crescere dei prezzi di cibarie, soprattutto carne di maiale e riso, tanto da temere minacce alla stabilità sociale.

Secondo i media cinesi nelle città più sviluppate i prezzi di carni e cereali sono cresciuti oltre il 10%. In realtà a Guangzhou, Shanghai, Pechino, Shenzhen, Shenyang i prezzi sono raddoppiati o triplicati nell’arco dell’ultimo mese. A Shenzhen , da aprile a maggio, il prezzo della carne di maiale è passato da 9 yuan (9 centesimi di euro) al chilo a 28 - 30 yuan. Domenica scorsa a Guangzhou, un supermercato ha aperto alle 8 di mattina una vendita speciale di carne a circa 16 yuan al chilo. In meno di un’ora sono finite le scorte (oltre una tonnellata) mentre la gente ha fatto code lunghe più di un chilometro.

Il prezzo della carne di maiale – un alimento fondamentale nella cucina cinese – è cresciuto in tutta la Cina. Secondo il Ministero dell’Agricoltura il prezzo è aumentato in media del 29% nell’ultimo anno. I negozianti temono che l’incremento dei prezzi della carne causerà aumenti anche in altri prodotti. Dall’anno scorso il prezzo delle uova è cresciuto del 30,9%; quello del riso e del grano del 6,1%.

Il timore delle autorità è che l’innalzamento dei prezzi alimenti l’inflazione. In aprile l’indice dei prezzi di consumo è salito del 3%. L’anno scorso, nello stesso periodo, l’incremento era dell’1,5%. In questi decenni di sviluppo vertiginoso la Cina non ha conosciuto quasi per nulla il fenomeno dell’inflazione, grazie a un controllo serrato dei prezzi di prodotti agricoli e una stabilità dei salari.

Ma in questi anni, l’abbandono delle campagne, l’inquinamento dei terreni e la miseria diffusa ha generato una riduzione della produzione agricola e dell’allevamento, con un collaterale aumento dei fertilizzanti e dei mangimi. Un altro colpo alla produzione sono le malattie degli animali. Secondo alcuni studiosi, milioni di maiali sono morti negli ultimi mesi a causa di infezioni.

Uno dei timori è che con l’inflazione la Cina dovrà aumentare i salari, rischiando di perdere uno degli elementi che la rendono appetibile agli investimenti stranieri, e cioè la manodopera a basso costo, in concorrenza anche con altri Paesi della regione.

Ma la paura più grande è che l’aumento dei prezzi inneschi una nuova ondata di rivolte sociali.

Lo scorso fine settimana il premier Wen Jiabao si è recato in visita ad alcune fattorie e allevamenti dello Shaanxi. Parlando poi con i responsabili provinciali del Partito, egli ha messo in guardia le autorità su un innalzamento dei prezzi della carne di porco che devono invogliare “i nostri contadini ad allevare maiali”, ma nello stesso tempo devono permettere il consumo anche per le famiglie “con basso reddito”. Per mantenere la stabilità sociale, Wen ha chiesto ai diversi ministero del governo di mettere sul mercato le riserve di carne e di offrire aiuti alle famiglie povere.

Hu Xindou, della Beijing University of Technology, ha fatto notare che fu proprio l’inflazione galoppante a scatenare le dmostrazioni degli studenti e degli operai in piazza Tiananmen nel 1989.

 

 




Nel Pacifico l'Isola della spazzatura
per l'80 per cento formata di plastica
 

Come un deserto oceanico, dove la vita è ridotta
solamente a pochi grandi mammiferi o pesci




GLI SCIENZIATI AVVERTONO LA CRISI ALIMENTARE PRENDERÀ PIEDE PRIMA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

 

 
 
  Geopolitica
FONTE: THE GUARDIAN

La sicurezza alimentare e il rapido aumento dei prezzi dei generi alimentari costituiscono “l’elefante nella stanza” che i politici debbono affrontare velocemente, secondo il parere del nuovo capo consulente scientifico del governo britannico.

Nel suo primo importante discorso da quando è entrato in carica, il professore John Beddington ha detto che la corsa globale per la coltivazione dei biocombustibili aggrava il problema e che la riduzione delle foreste pluviali per produrre colture di biocombustibili è “profondamente stupida”.

In occasione della Conferenza britannica Govnet per lo Sviluppo Sostenibile, ha detto a Westminster: “C’è progresso sul fronte del cambiamento climatico. Ma là fuori c’è un altro grave problema. È molto difficile immaginare come si possa intravedere un mondo che coltivi abbastanza colture in modo tale da produrre energia rinnovabile e che soddisfi al tempo stesso l’enorme aumento della richiesta di cibo, che si verificherà propriamente mentre alleviamo la povertà”.

Ha previsto che i prezzi degli alimenti di base come il riso, il mais e il grano continueranno a salire a causa dell’aumento della domanda,causata dalla crescita della popolazione e dall’aumento della ricchezza delle nazioni in via di sviluppo. Ha inoltre aggiunto che il cambiamento climatico porterà a pressioni per le forniture di cibo a causa della diminuzione delle precipitazioni piovose in molte zone e della rovina dei raccolti in relazione al clima.

“L’industria agricola deve raddoppiare la produzione di cibo, utilizzando meno acqua di adesso” ha detto. La crisi alimentare ci investirà molto più velocemente del cambiamento climatico, ha aggiunto.

Ma ha riservato alcuni dei suoi più aspri commenti per l’industria dei biocombustibili, che ha detto aver provocato una “scossa massiccia” ai prezzi del cibo nel mondo. “In termini di biocombustibili c’è stata propriamente, una reazione contraria” ha detto. “Esistono reali problemi di insostenibilità”.

La produzione dei biocombustibili crescerà enormemente nei prossimi 15 anni. Gli USA hanno in programma di produrre 30 miliardi di galloni di biocombustibile entro il 2022 – il che vuol dire triplicare la produzione di mais. L’UE ha il target che i biocombustibili costituiscano il 5,75% dei combustibili per i mezzi di trasporto entro il 2010.

Ma Beddington ha detto che è di vitale importanza che i biocombustibili vengano coltivati in modo sostenibile. “Alcuni dei biocombustibili sono senza speranza. L’idea che si possa ridurre la foresta pluviale per coltivare veramente dei biocombustibili ci sembra profondamente stupida”.

Prima di prendere il posto di capo consulente scientifico di Sir David King nove settimane fa, Beddington era professore di biologia della popolazione applicata presso l’Imperial College di Londra. È un esperto dell’uso sostenibile di risorse rinnovabili.

Hilary Benn ministro dell’ambiente, ha detto alla conferenza che si stima una crescita della popolazione mondiale dai 6.2 miliardi odierni a 9.5 miliardi in meno di 50 anni. “Come faremo a sfamare tutti?” ha chiesto.

Beddington ha detto che nel breve termine, lo sviluppo e l’aumento della ricchezza aggraveranno la crisi alimentare. “Quando ti muovi su [un reddito di] £1 sterlina al giorno fino a £5 sterline al giorno, ottieni un aumento della domanda di carne e prodotti caseari … e questo genera ulteriore domanda di cereali”. Al di sopra delle £5 sterline al giorno la gente inizia a chiedere cibo trattato e confezionato, che porta con sé un maggiore dispendio energetico. Circa 2.7 miliardi di persone nel mondo vivono con meno di £1 sterlina al giorno.

Ci sarebbero aumenti anche dall’altro capo della scala degli stipendi, ha detto. Attualmente, ci sono 350 milioni di famiglie che vivono con £8,000 sterline all’anno. Questo numero viene proiettato ad aumentare fino a 2.1 miliardi entro il 2030. “Sono notizie terribilmente buone. Si intravede una predizione genuina dalla Banca Mondiale che l’alleviamento della povertà sta davvero funzionando”.

Ma ha anche messo in guardia che l’aumento del potere di acquisto porterà anche all’aumento della pressione per le forniture di alimenti. Le riserve globali di cereali sono al loro minimo storico, ad appena 40 giorni dall’esaurimento. “Sono in carica da solo nove settimane e quindi non ho le risposte a tutto, ma è chiaro che la scienza e la ricerca sono di cruciale importanza per accrescere l’efficienza della produzione agricola per unità di terra,”.

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/science/2008/mar/07/scienceofclimatechange.food
7.03.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICHAELA MARRI


Il crollo degli U.S.A.

Il crollo degli U.S.A.

1) Le economie degli Imperi

La storia degli imperi, dal greco al romano, da l’ottomano a quello inglese, insegna che l'economia di ogni impero si è basata principalmente sulla tassazione delle altre nazioni.

Per la prima volta nella storia, nel 20° secolo, l'America è riuscita a tassare indirettamente, attraverso l'inflazione pur non forzando direttamente il pagamento delle tasse, ma distribuendo flat la sua valuta, il dollaro americano. Le altre nazioni scambiando i dollari con merce ne hanno inflazionato il valore percependone la differenza come tassa imperiale.

Gli Stati Uniti, accettando sempre lo scambio di valuta con merci economiche, hanno svalutato enormemente la loro moneta. Lo scopo della diffusione capillare del dollaro era di dare al mondo una ragione economica per mantenerne alta la circolazione, questa la ragione principale: costringere ad aquistare il petrolio solo con dollari.
Nel 1971, quando il Governo Americano si accorsedi non essere in grado di restituire i dollari in oro, fece un accordo con l'Arabia Saudita per supportare il potere della Casa di Saud che si impegno’ ha vendere x solo dollari americani il proprio petrolio.

La guerra di Bush in Iraq è stata fatta per difendere il dollaro, e l'economia Americana.

La storia insegna che un impero va in guerra per una delle due ragioni::

1. Per difendere se stesso e per trarre beneficio dalla guerra

Altrimenti, come illustra Paul Kennedy nel suo magistrale The Rise and Fall of the Great Powers, un sovraccarico di esercito prosciugherà le risorse economiche e porterà al collasso..

Economicamente parlando, un impero deve iniziare e condurre una guerra con l’obbiettivo di ottenere benefici utili da superare i costi sociali. Bush è andato in Iraq per difendere il suo impero, infatti due mesi dopo che l'America invase l'Iraq, il programma Oil for Food era stato concluso, e i conti in Euro iracheni era stati scambiati in dollari. Il mondo non poteva più comprare il petrolio dall'Iraq con l'Euro.

La supremazia del dollaro era stata nuovamente restaurata..

2) Lo scambio di petrolio iraniano

Il Governo Iraniano ha finalmente sviluppato l'ultima arma di distruzione di massa che può distruggere il sistema finanziario americano. L'arma è l'Iranian Oil Bourse che partirà nel Marzo 2006. In termini economici, questa rappresenta una minaccia nei confronti del dollaro più grande di quella di Saddam, perchè permetterà a chiunque sia di comprare che di vendere petrolio per euro.

Se questo accadr’ gli europei non dovranno piu’comprare e mantenere i dollari per assicurare i pagamenti di petrolio, solo la Gran Bretagna dovrà scegliere, proprio perchè ha una partnership strategica con gli Stati Uniti ma anche una naturale spinta verso l'Europa.

Ma quando il suo partner centenario rischiera il fallimento che succedera’....
Gli Americani non permetteranno questi eventi e cercheranno qualsiasi metodo per fermare il tracollo.

Le teorie si sprecano ed in rete girano molte ipotesi

Sabotando lo scambio - diffondendo un virus da computer, oppure sabotando un network o le comunicazioni o un attacco ai server, qualcosa simile all'11 settembre agendo su strutture principali o backup.

Un colpo di Stato - potrebbe essere una strategia a lungo termine per gli Americani.

Negoziando termini e limitazioni accettabili - Questa è un'altra eccellente soluzione, peggiore della prima ma sempre una soluzione.

Una risoluzione di guerra dell'ONU. Questa non sarebbe molto facile, ma la retorica sullo sviluppo delle armi di distruzione di massa iraniane senza dubbio serve a preparare questa azione.

Un attacco nucleare unilaterale - Questa è una scelta strategica terribile con tutte le ragioni associate alla strategia successiva, la guerra totale unilaterale. Gli Americani probabilmente useranno Israele per fare questo lavoro sporco.

Guerra Unilaterale Totale - questa ovviamente è la peggiore scelta strategica. Prima cosa, le risorse militari americane risultano già svuotate con le due guerre. Secondo, allontanerebbe da loro le altre nazioni potenti. Terzo, le nazioni che hanno grandi quantità di dollari potrebbero decidere di fare rappresaglie scaricando le loro montagne di dollari e prevenendo gli Stati Uniti dal finanziare le proprie ambizioni militari. Infine, l' Iran ha allenze strategiche con altre nazioni potenti che potrebbero essere coinvolte nella guerra, come Cina, India e Siria. Qualsiasi sia la scelta, l' Iranian Oil Bourse siglerebbe la fine del dollaro.

3) La fine del dollaro

Il collasso del dollari accelererà l'inflazione americana e farà salire i tassi americani a lungo termine. A quel punto, il Fed si troverà tra tra il declino dei prezzi e la super inflazione, con la crescita dei tassi di interesse, la depressione economica, un implosione in bond, stock, e mercati derivati, con un totale collasso finanziario, o in alternativa, la scelta di Weimar annegando il sistema finanziario in liquidità, liberando LTCM e superinflazionando l'economia.

fonte http://kin555.spaces.live.com/Blog/cns!3D42468A474C985!137.entry

 


L'impatto umano e ambientale della recessione

the future is now
the future is now

 


PETROLIO A 150 DOLLARI









Prezzi così alti per il gasolio non si erano mai visti. Il costo di un litro di carburante diesel è arrivato a 1,327 euro al litro, il massimo assoluto, facendo lievitare il prezzo per il pieno di un'auto media a oltre 66 euro, 10 in più di un anno fa. La benzina oscilla invece a un soffio da 1,4 euro, soglia superata solo nel luglio del 2006

Osama Bin Laden dopo l’11 settembre annunciava in un video che il suo futuro emirato, avrebbe utilizzato il petrolio come fonte di ricchezza per tutti i musulmani fedeli, imponendo il suo prezzo al petrolio.

L’obbiettivo oggi è raggiunto, nonostante il suo video allora, raccolse scettiche risate,dato che, in quel momento, un barile di petrolio viaggiava al di sotto dei 30 dollari.

A sei anni da quel giorno, siamo arrivati a 100 dollari e le previsioni annunciano un probabile aumento sino a 150 dollari al barile.

Ad essere ottimisti nel 2012 il prezzo del petrolio toccheà con frequenza i 150 dollari a barile, considerando che dal 2004 al 2007 il costo è raddoppiato passando da 50 dollari a 100, lo scenario appare possibile.

La minore produzione delle raffinerie americane, la crisi dei mutui immobiliari che sta devastando l’economia americana ha aumentato i debiti delle banche commerciali americane che hanno raggiunto i 280 miliardi di dollari.

Sta succedendo che, sebbene il mercato petrolifero mondiale sia stabile e l’OPEC, abbia aumentato la propria produzione di 500.000 barili al giorno a partire dal 1° novembre, raggiungendo così i 31,14 milioni di barili, ora la richiesta è aumentata. Secondo il nuovo presidente in carica dell'organizzazione, l'algerino Chakib Khelil, le quotazioni continueranno infatti ad aumentare per tutto il primo trimestre del nuovo anno per poi stabilizzarsi solo nel secondo trimestre. Nonostante gli aumenti, il cartello non sembra però intenzionato ad accrescere la produzione visto che, secondo Khelil, la corsa del greggio non è dovuta a una carenza della materia prima sul mercato ma «a speculazioni dovute alle tensioni geopolitiche» e alla crisi generata dal credit crunch americano.



Ad alzare i listini a livello record sono state ieri Api e Ip che, con un balzo di due centesimi rispetto alla giornata di venerdì, hanno portato il prezzo consigliato del gasolio a 1,327 euro al litro e della benzina a 1,397 euro. Ma i due marchi non sono i soli ad aver superato la soglia di 1,32: a ruota segue infatti anche la Shell, con il gasolio a 1,324 e la verde a 1,396 (stesso livello dell'Agip).

Paesi come Cina sono in crisi di astinenza da petrolio, e x raffreddare la salita dei prezzi sarebbe utile crescere ancora la produzione, ma chiaramente quale convenienza avrebbe l’OPEC a vedere a meno il proprio petrolio?

L’aumento del prezzo del petrolio in questa fase storica della vita dell’OPEC – i cui paesi membri possono riempire le proprie casse di dollari americani, così come avvenne tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – osservando l’andamento dei prezzi del petrolio, ed il concomitante calo del dollaro, la conseguente inflazione, si può dedurre che il valore reale dei prezzi resta al di sotto del livello di guadagno nell’aprile del 1981, quando il petrolio toccò i 40 dollari (con un dollaro forte rispetto alle quotazioni attuali (N.d.T.) ). Oggi i paesi produttori x ottenere una cifra equivalente ai 40 dollari del 1981 devono vendere il barile a più di 100 dollari.





Il 2008 si prospetta un anno nero per i consumatori europei, anche il gas potrebbe sfondare la soglia dei 350 dollari ogni mille metri cubi.

Alexander Medvedev, numero due del gigante russo Gazprom, a lanciare un nuovo allarme sui prezzi del gas che, ha spiegato, "sono più prevedibili e meno volatili di quelli del petrolio.

Secondo le ultime stime, il prezzo medio delle forniture all'Europa occidentale potrebbe raggiungere i 300-350 dollari ogni mille metri cubi". E ciò vale "anche per i contratti a lungo termine".

Le stime fornite da uno dei principali fornitori di gas all'Europa, ed all'Italia in particolare, nascono dalle clausole che legano i contratti di fornitura del gas all'andamento del prezzo del petrolio che, dopo la recente impennata, rischia di trascinarsi dietro anche quello del gas.

Medvedev si è affrettato a sottolineare che i livelli previsti per il futuro "non sono in alcun modo il risultato di qualsiasi manipolazione" della società russa, respingendo così le indiscrezioni di stampa secondo le quali ci sarebbe proprio il colosso russo dietro ad alcuni rialzi del corso del gas in Europa negli ultimi giorni.

Il vice presidente di Gazprom preferisce puntare il dito verso l'accordo siglato con il Turkmenistan, in base al quale i prezzi di acquisto del gas da tale Paese passeranno da 100 a 130 dollari ogni mille metri cubi a partire dal primo gennaio 2008, per poi salire a 150 dollari nel secondo semestre del prossimo anno con un maggior costo, spiega Medvedev, che dovrebbe venire trasferito ai clienti ucraini.

Alla luce delle recenti dichiarazioni dello stesso Medvedev, secondo il quale "Gazprom non si assumerà alcun rischio di prezzo sui nostri acquisti di gas dalle repubbliche dell'Asia centrale", nessuno se la sente però di escludere che una parte possa venire riversata anche sui clienti più 'occidentali', che potrebbero così dover fare realmente i conti con il gas a 350 dollari.

Si tratterebbe di nuovi record per il gas acquistato nel Vecchio Continente, i cui principali consumatori già adesso sborsano cifre che comunque si avvicinano ai 300 dollari per ogni mille metri cubi.



LE ACCISE IN ITALIA  COSA SUCCEDE IN KOSOVO   Il crollo degli    petrolio a 150 dollari  U.S.A.Cosa vuole la Cina perchè aumenta il grano Le citta' più sporche del mondo  Un mare di plastica Una recessione necessaria Il nostro pianeta è un forno a microonde





Traduzione di Missiroli Gianluca
da http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8114


Non è facile intuire il nesso tra recessione globale, ( possibile  futura depressione) decadenza dell’equilibrio ambientale e la spinta demografica del mondo, eppure esiste una forte relazione.
Il declino economico intuibile da tutti, è parziale motivo di fermento a livello globale.

L’indebolimento del dollaro americano che da sempre ha fornito la chiave di misura dei patrimoni del mondo che conta, sta creando grande scompiglio, ad oggi il debito pubblico degli USA è ben al di sopra di 9 trilioni di dollari.

Il debito nazionale statunitense appartiene oramai esclusivamente a investitori privati stranieri ad eccezione delle banche centrali, che ne detengono il 64%. L’entità della porzione di questa somma in mano estera è un terzo della valuta totale in circolazione, i numeri resi noti dalla Federal Reserve  lo scorso giugno 2007 fissano la somma a 755 miliardi di dollari.

Attualmente un reddito medio USA per famiglia è di 43200 dollari con un saldo medio della carta di credito a famiglia del 5% del suo reddito annuale. Oggi a causa della spesa superiore del 40% per famiglia  a quello che in realta è l’ introito medio, le bancarotte personali negli USA sono raddoppiate e il debito generale dei consumatori ha raggiunto nel giugno 2007  i 2,46 trilioni di dollari.

Pur escludendo i 440 miliardi che ruotano intorno ai prestiti di partecipazione per immobili, i 600 miliardi di debito per le seconde ipoteche e un debito complessivo di 9 trilioni di dollari per le ipoteche, debito rotativo totale dei consumatori americani, tale fardello è cresciuto fino a 904 miliardi.

La causa principale di tutto questo è lo stallo dal 1975 degli stipendi reali di maggior parte dei lavoratori, molti americani hanno cosi attinto prestiti per mantenere o migliorare il livello di vita.

Il valore del dollaro cade in picchiata ma perché perde cosi’ potere?

 

Poniamo che il paese che emette questa valuta abbia un’economia solida qualcosa dal valore universale ad essa legato, quasi in sostituzione dell’oro.

Riporto come esempio il 1971  quando il Governo rifiutò di scambiare una  piccola somma di dollari detenuta da svariati altri governi con l’oro, o qualche altra  risorsa per la quale la sola valuta poteva  essere ceduta, tipo il petrolio dell’OPEC. Attualmente invece si prospetta addirittura l’eventualità  che la borsa iraniana rifiuti il dollaro USA come pagamento per il petrolio x dedicarsi all’EURO, si sospetta che i recenti guasti dei cavi { Vedi post } fosse un tentativo intenzionale di boicottare la cosa. Cosi' l’assenza di uno standard monetario che abbia un proprio valore legato a qualcosa  di valore indiscutibile, tende a divenire incerto.


 

L’involuzione della crescita USA è a parte causata dal decentramento dell’industria, cha ha spostato il lavoro dalle braccia statunitensi a quelle dei paesi del terzo mondo togliendo risorse a molti americani impossibilitati cosi’a mantenere alti i tassi di consumo. La mancanza di opportunità di impiego, di ridotti sgravi fiscali, l‘aumento dei prezzi delle merci di prima necessità , e l’incalzare dell’ inflazione ha generato l’aumento del petrolio e dei generi alimentari. Ancora, i numeri di preclusioni dei riscatti sulle ipoteche delle case, e il valore degli immobili in generale si sta’ notevolmente abbassando ovunque.

Parallelamente gli stipendi americani rimangono compressi dall’aumento di lavoratori disoccupati, in relazione ad numero minore di lavori a disposizione. Nel contempo l’ enorme popolazione dei senza tetto aumenta a dismisura   definita ad oggi  tra i 847 000 e 3 470 000 individui, molti dei quali  bambini e veterani di guerra disoccupati. Circa 3,5 milioni di persone in USA di cui forse 1,35 milioni minorenni, sono a rischio di rimanere senza tetto ogni anno (Dati per il 2007 del National Law Center on Homelessness and Poverty).

Al tempo stesso, una maggiore fornitura dall’esterno di manovalanza farà sì che più posti di lavoro siano persi con il risultato che i cittadini americani avranno a disposizione  meno denaro per acquistare sia la merce prodotta localmente che importata.

 

E’ conseguente la crescita economica di altri paesi, poiché le esportazioni non verranno più accaparrate dagli USA,

Era previsione gia’ nota dal 2000,  da allora un totale di 3,2 milioni di posti di lavoro in fabbrica – uno su sei – si sono dileguati, lo scorso dicembre 2007 si è registrato il più basso tasso di crescita d'impiego negli USA dagli ultimi quattro anni. Contemporaneamente il tasso di disoccupazione è balzato di 0.3 punti percentuali a quasi il 5%, le enormi perdite in settori come l’impiego o collegati all’edilizia, ai servizi fiscali e alle vendite hanno determinato un tracollo della spesa americana anche per prodotti esteri relativamente a buon mercato.
Si sono salvate le fasce economiche più alte a causa della capacità di pagare magri stipendi a chi lavora in paesi poveri, in associazione all’alto rendimento dai prodotti finiti  e venduti ai clienti del primo mondo, con  questi meccanismi i ranghi dei milionari e dei miliardari si è ampliato notevolmente.

Il numero dei milionari nel mondo si è attestato a 8,7 milioni e i miliardari  ha raggiunto il record di 793; questi ultimi gestiscono 2,6 trilioni di patrimoni e acquisiscono personalmente una  quantità di risorse incalcolabile.

In aumento anche i margini di profitto di molte società transnazionali nel campo farmaceutico e petrolifero e alimentare.

Nonostante una paga minima oraria fissata a 5.85  dollari,  no  vi è  modo di competere con paghe estere di 1 dollaro l’ora, non si ammortizzano cosi' i costi fondamentali associati agli affitti, alle ipoteche, all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e del petrolio, ai crescenti pagamenti delle assicurazioni sanitarie e delle spese di base. E’ iniziato negli USA un declino generale degli acquisti e se questa non è una buona notizia per i fornitori, e’ almeno una tregua per l’ambiente.

Una sosta degli affari, seppure infausta da un punto di vista economico,e’ utile all’ambiente, che  necessita  di una tregua non si può continuare l’assalto indiscriminato  in nome della crescita economica. Gli ecologisti prevedono che con gli attuali tassi di deforestazione, le foreste pluviali scompariranno dal pianeta entro la fine del secolo, con la conseguente  estinzione di innumerevoli specie animali e vegetali dal mondo.

Effetti sul clima globale  sono imprevedibili, secondo le Nazioni Unite (Attualmente il tasso annuale di deforestazione globale è dell’ .8 per cento) la vita oceanica, e’  "completamente sfruttata oltre limite" o "significativamente esaurita" per il 71-78%, molti tipi di piante e animali acquatici sono sull’orlo dello sterminio totale e il 90% di tutti i grandi pesci sono già estinti.
Secondo studi recenti dell’ONU, le terre aride con tendenza alla desertificazione coprono oltre un terzo della distesa di terra del pianeta, che sostenta più del venti per cento della popolazione umana in crescita le esigenze di questi delicati ambienti, essi diventano sempre meno capaci di sostenere la vita e  il tasso di desertificazione globale aumenta rapidamente, anche se i tassi effettivi variano da luogo a luogo.

Ora quindi la pretesa di molti politici di crescita risulta alquanto insensata contrariamente, dobbiamo collettivamente ridurre drasticamente l’uso personale delle risorse, arginare la produzione (a causa delle pressioni sull’ambiente causate dal riscaldamento globale e da altre ripercussioni industriali) e affrontare un mondo che fornirà probabilmente un’offerta ridotta di lavoro.

Non possiamo tollerare un aumento della temperatura di 5.5-7 gradi Farenheit (3-4º Celsius) a causa del carico di carbonio derivante dall’industria e dal trasporto delle merci,questo assicurerebbe problemi di vita all’uomo e, probabilmente, impedirebbe l’impollinazione di molte piante coltivate.

Accanto a cambiamenti delle precipitazioni piovose, la mancanza di impollinazione scatenerebbe una diminuzione drastica della produzione di alimenti.

Indipendentemente dal fatto che un tale caldo estremo si verifichi o meno, la popolazione globale secondo l’International Data Base dovrebbe crescere dai 6 miliardi del 1999 a 9 miliardi entro il 2042,  con un aumento del 50 per cento in solo 43 anni con  problemi allarmanti per il mondo naturale già sfruttato al massimo (comprese le sue riserve d’acqua), per il mercato del lavoro, la disponibilità di cibo, i prezzi dei prodotti e un conseguente riscaldamento globale.


 

Dobbiamo riconoscere la necessità assoluta di ostacolare la crescita del PIL in tutti i paesi, arginare la popolazione in maniera pro-attiva e ridurre il consumo generale, non possiamo aspettarci risultati positivi  dalla produzione illimitata di beni, specie quando le nostre stesse vite dipendono dalla riduzione massiccia dei gas serra e dal mantenimento di un’ampia diversità di ambienti salubri e intatti.  Dobbiamo quindi rapidamente sviluppare una folta schiera di "lavori verdi" per compensarne la scarsità, valorizzare politiche che vincolino all’intenzionale contenimento di produzioni con intenso dispendio energetico. Creare rapidamente un’economia capace di fornire, su larga scala, l’elettricità derivante in alternativa a combustibili fossili.
Piccole comunità autosufficienti su piccola scala, sarebbero utili per allontanare la recessione un’idea che favorirebbe la dipendenza da aziende transnazionali che sfruttano la manodopera, x fornire cosi’ un impiego regionale e ridurre la dipendenza dal petrolio, eliminando lo spreco imperante dovuto al trasporto su vasta scala a cui siamo giunti oggi.

La recessione, la crescita della popolazione, del picco del petrolio, di scarsità d’acqua, il cambiamento climatico ed altri disastrosi impatti ambientali sfidano l’uomo ad agire immediatamente. Se collettivamente iniziamo questo processo se affrontiamo i cambiamenti nell’ordine necessario possiamo farcela se non lo faremo i risultati potrebbero essere catastrofici.

Con fermezza, diamo principio tutti a modifiche cruciali x salvare il mondo.

DI EMILIY SPENCE
Global Research




Emily Spence è una sostenitrice dell’ambiente e dei diritti umani che vive nel Massachusetts centrale.

Titolo originale: "The Recession's Human and Environmental Impacts"

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
17.02.2008





The Recession's Human and Environmental Impacts


Global Research, February 17, 2008

 

Too often news coverage focuses on discreet current events at the expense of a more synthetic approach to notable happenings. While it is important that the public learns of major incidents in the world as they take place, sometimes this can lead to some observers "not seeing the forest for the trees."
 
On account, it might be easy to miss the connection between the global recession (and possible future depression) with the ongoing decline of environmental well-being and increase in human population. All the same, these three areas are deeply intertwined. Here are a few details concerning the relationship.
 
Let's start with the present economic decline: Part of the reasons that there are global jitters involving the weakening of the $ USD is that it provides a means to assess worth of other holdings. In short, many countries and individuals, directly and indirectly, assign their own fiscal strength based on the dollar's standard. This is especially the case when they are carrying the US public debt, which is currently well over $9 Trillion dollars.
 
In addition, practically all of the US national debt owned by foreigners is held by private investors except for central banks, which hold 64%. Further, the size of the foreign-owned portion of this amount owed is practically three times the total amount of currency in circulation! Indeed, the numbers given by the Federal Reserve for June 2007 put its amount at US $755 billion.
 
In tandem, the average US family's credit card balance is now almost 5 % of its annual income (with a median U.S. household income presently at $43,200), more that 40 % of American families spend more than they earn, personal bankruptcies in US have doubled in the last decade and the overall consumer debt has reached $2.46 Trillion as of June 2007 (excluding the $440 billion of revolving home equity loans, $600 Billion owed for second mortgages and an overall $9 Trillion in mortgage debt). As such, the total US consumer revolving debt grew to $904 Billion last summer.
 
Why has this happened? In part, it is because real wages of most workers languished or declined since 1975. So, many Americans reacted by taking on loans to maintain or raise their living standards.
 
As Polonius, Shakespeare character in Hamlet cautioned, "neither a borrower, nor a lender be" and, certainly, there is trouble with being either. However, everyone, even an individual with neither role, can be in trouble when the value of the currency that he maintains plummets.

So, why is the American money losing clout? The answer is partly dependent upon the way that it gained worth in the first place and, indeed, its relative merit is created by any number of factors. These include the country issuing it having a robust economy (a trade surplus rather than being a debtor nation), having something of universal worth tied to it for which it stands, such as precious metal from which the $ USD was effectively severed in 1971 when the US government refused to exchange a relative small sum of dollars held by several other governments for gold, or some other coveted resource for which the currency alone must be traded, something like OPEC petroleum. (The latter contingency is the reason that some dollar holders find the Iran Bourse, with its plans to reject the $ USD as payment for oil, threatening and suspect that the recent cable failures were a deliberate attempt to postpone its arrangements being set in place.) In short, without a monetary standard having it’s worth assigned by being attached to something deemed of unquestionable worth, it tends to have uncertain value.
 
Meanwhile, the US economy, itself, can't grow. Partly, this is due to globalization of industry, which has created jobs in second and third world countries by taking many of them away from Americans, who cannot continue their high rates of consumption of products due to the increasing deficit of employment opportunities, diminished fiscal returns, raising prices for goods (including staples) and advancing inflation.  So, it is no wonder that, while oil and food prices are rising, so are the number of home foreclosures while home worth, in general, is depreciating across the board.
 
Simultaneously, it is no surprise that US wages are kept depressed by the existence of a proliferation of out-of-work laborers relative to the smaller amount of jobs in existence. At the same time, the already huge homeless population, as would be expected, is skyrocketing. In fact, the number of persistently homeless Americans, ones with repeated episodes or who have been homeless for long periods, involves between 847,000 to 3,470,000 individuals, many of whom are children and unemployed veterans. Posed another way, close to 3.5 million people, of whom roughly 1.35 million are minors, are likely to experience homelessness in any given year in the US (National Law Center on Homelessness and Poverty, 2007).
 
At the same time, further outsourcing of labor guarantees that more jobs will be cut with the outcome that US citizens will possess even less money to buy either locally manufactured or imported goods. In relation, economic growth in other countries is, also, due to slow down, as exports are no longer quickly snapped up in the US. However, this consequence was long set to develop, given that, since 2000, a total of 3.2 million — one in six factory jobs — have disappeared from the American shores and the lowest rate of US job growth in four years occurred as recently as December 2007 when, simultaneously, the unemployment rate shot up 0.3 percentage points to almost 5 %. By factoring in huge losses in other work positions -- such as the ones related to construction, fiscal services and retail sales -- it is easy to see that American spending, even for relatively inexpensive foreign made goods, was bound to take a nosedive. How could it not do so when adequate job provision and reasonable salaries have, in effect, largely disappeared?
 
All the same, this overall arrangement has not been bad for those in the top economic tier as their capacity to pay meager second and third world wages, coupled with receipt of high income from finished products acquired by first world customers, has created an economic boon. Indeed, by mechanisms such as these, the ranks of millionaires and billionaires, during the past few years, has greatly expanded. (The number of millionaires in the world swelled to 8.7 million and the number of billionaires around the world rose to a record 793, the latter of which hold $2.6 trillion in assets and personally garner an extraordinary amount of resources.) So have the overall profit margins of many transnational companies, such as the pharmaceutical, oil and other industrial giants.
 
All considered, there is no way that many Americans, even with the minimum wage set at a measly $5.85/ hour, can compete with overseas $1/ day wages, nor subsume the fundamental costs associated with their rents, mortgages, the increase in food and oil prices, rising medical insurance payments and other basic expenses. On account, an overall decline in purchases has, recently, taken place in the US and, while this is not good for suppliers, it does give the environment a break.
 
The reason that it does is that the slow down in business, while ominous from an economic standpoint, is good for the environment, that cannot continue to be assaulted at an ever higher level in order to make an ever higher financial gain off of its largely finite resources. As it is, ecologists anticipate that, if present rates of deforestation continue, rainforests will disappear from the planet within this century, which would kill off an inordinate amount of the world's animal and plant species while effecting global climate in unpredictable ways. (Presently, the global annual rate of deforestation is .8 percent.)


The outlook for the ocean life is just as grim with currently 71-78 % of it being 'fully exploited', 'over exploited' or 'significantly depleted' according to the United Nations. In addition, many types of aquatic plants and animals are on the verge of total extermination and 90 % of all big fish are already gone.

Add to this that, according to recent UN studies, arid lands prone to desertification cover more than one third of the planet's landmass, which supports more than twenty percent of the human population. While requirements from these delicate environments grow, they increasingly become incapable of supporting life. As such, the global rate of desertification is rapidly escalating, although the actual rates vary by locality.
 
All of this in mind, we cannot keep expecting ever greater economic growth, nor an ever enlarging human population. Instead, we collectively need to drastically cut back on personal resource use, curtail manufacturing (due to stresses on the environment caused by global warming and other industrial impingements) and face a world that is likely to provide a dwindling supply of jobs.
 
In actuality, we cannot even endure a 5.5 to 7 degree F. (3 to four degree C.) rise in temperature due to carbon loading from industry and transportation of goods. This is because our doing so would all but ensure that human life would be unsupportable over much of the globe and likely prevent pollination for many major crops. Along with the resultant changed rainfall patterns, the lack of pollination would prompt a tremendous decrease in food production.
 
Regardless of whether this extreme heat occurs or not, the global population, according to the International Data Base, is expected to increase from 6 billion in 1999 to 9 billion by 2042, an increase of 50 percent that will require a mere 43 years. This, of course, has alarming implications for the maxed out natural world (including its water supplies), the labor market, food availability, product price and ever higher global warming.
 
So, just how are we to cope with these assorted dismal factors? First, we need to recognize the absolute need to stymie growth of GDP in every country, proactively delimit population and reduce general consumption. Put another way, we cannot have any positive outcomes from expecting myriad environments to yield up an unlimited cornucopia of goods, especially as our very lives depend on our severely lowering greenhouse gases and maintaining a large diversity of healthy intact natural environments. Second, we must, quickly, develop a wide array of "green jobs" to make up for the scarcity of ones that will come to pass on account of policies mandating deliberate curtailment of energy intensive manufacturing. Third, we need to quickly create business capable of providing, on an extensive basis, electricity derived from benign alternatives to fossil fuels.
 
Further, it would be helpful for people to form into small scale, self-sustaining communities to ride through the recession. Indeed, their establishment would, without doubt, help with the transition away from transnational sweatshops, provide regional employment and curb reliance on oil as less goods, including necessities, would require extensive transportation if produced locally.
 
The coalescence of a recession, mounting population, peak oil, mass extinction, urgent water shortages, climate change and other disastrous environmental impacts challenge us to take immediate action. Our doing so need not be disastrous if we collectively begin to make the essential changes on the scale needed. If we do not, the results could likely be catastrophic on a scope barely imagined by any of us. With firm resolve, let us all begin to undertake the critical modifications at once.
  
Emily Spence is an environmental and human rights advocate living in central Massachusetts.

 Global Research Articles by Emily Spence





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