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Il Giallo di Betlemme.
post pubblicato in Diario, il 2 dicembre 2007
 

Il Giallo di Betlemme.

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IL NATALE NON ESISTE! IL 25 Dicembre e Natale?! Gesù va ricordato per il sacrificio che ha fatto per riscattarci dal peccato, non per la Sua nascita (la Bibbia la data di nascita di Gesù, e nessun'altra scrittura la mensiona).
IL 25 DICEMBRE E' NATA "UNA DIVINITA'" CHIAMATA DIO MITRA CHE CON IL CRISTIANESIMO E CON LA RELIGIONE CATTOLICA NON HA NIENTE A CHE FARE. ! IL NATALE NON ESISTE ! MA SOPRATUTTO NON E' UNA RICORRENZA CRISTIANA! Se il Natale non ha molto a che fare con Cristo, i veri cristiani come dovrebbero ricordarne la nascita e la vita? Sette secoli prima della nascita di Gesù, Isaia profetizzò riguardo a lui: Ci è nato un fanciullo, ci è stato dato un figlio; e il dominio principesco sarà sulle sue spalle. (Isaia 9:6) Perché Isaia indicò che la nascita di Gesù e il ruolo che avrebbe avuto in seguito sarebbero stati così importanti? Perché Gesù sarebbe diventato un governante potente. Sarebbe stato chiamato Principe della pace, e la pace e il dominio principesco non avrebbero mai avuto fine. Inoltre il dominio di Gesù sarebbe stato sostenuto mediante il diritto e mediante la giustizia. Isaia 9:7.
http://www.google.it/search?hl=it&q=mitra+
+natale+Ges%C3%B9+25+dicembre&meta=
Una volta conosciuto meglio Gesù, non c’è più bisogno di chiedersi come vorrebbe essere ricordato. Forse mangiando, bevendo e scambiandoci regali nella stessa data in cui si celebrava un’antica festa pagana? Sembra improbabile. La sera prima di morire Gesù disse ai discepoli quello che preferiva: Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama. A sua volta, chi ama me sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò. Giovanni 14:21.
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Socci un cristiano  "invasato gaudente" apparso in una intervista ha parlato di Padre Pio 

 
  • IL SEGRETO DI PADRE PIO

  • Uomini senza Cristo

    Molti pensano che l'inferno non esista. Nemmeno Dio, Satana ed il paradiso. In effetti è proprio quello che quel volpone del diavolo vuole farci credere. Vuole che noi viviamo la vita terrena nel peggiore dei modi, come uomini senza Cristo, per i quali non c'è speranza se mancano pentimento e conversione. Il fatto è che lui adesso non abita in inferno, è qui tra di noi e solo dopo la sua sconfitta finale sarà sbattuto là in fondo assieme alla morte. Non vuole stare da solo in quel posto dove si piange come disperati. Vuole fare una bella festa con tutti noi. Nel frattempo noi possiamo fare finta di nulla, essere immorali, ipocriti, falsi, assassini, idolatri.... Il problema sussiste nel fatto che è questo il periodo della redenzione. Dopo è troppo tardi. Eppure c'è ancora chi vuole farci perdere di vista le cose importanti. I Savoia vogliono il risarcimento, la moglie di Riina vuole fare causa alla fiction di Mediaset, gli assassini diventano testimonial strapagati, i politici...che cosa fanno non si capisce più, il papa continua ad occupare una sedia che non gli appartiene, la gente si fa del male in ogni modo, maghi e spiritisti perversano, gli italiani continuano a credere che la droga sia una buona idea...
    Aveva ragione Cristo quando si chiedeva se, nel giorno del suo ritorno, avrebbe ancora trovato la vera fede.

    da http://insonnia.ilcannocchiale.it/

    E' nato Gesù.


    Natale. In tutti gli angoli dei cinque continenti, centinaia di milioni di persone arrestano i ritmi e le consuetudini della propria vita per festeggiare la nascita di Gesù. Le strade di tutto il mondo cristiano sono piene di luci e di festoni. I Babbi Natale, col loro bel vestito rosso e la folta barba bianca, strappano sguardi di incantata meraviglia ai bambini più piccoli.

    L'aspetto più esteriore del Natale è quello di un colossale business, perché la ricorrenza della nascita del Figlio di Dio, il quale avrebbe scelto come culla una povera mangiatoia, per fare il suo ingresso nel mondo e portare così un messaggio di umiltà, si è trasformata, nella opulenta civiltà del benessere, in una sorta di grande abbuffata. Ciò non ostante, essa ha ancora la capacità di toccare l'animo degli uomini, di far riflettere sulle gravi contraddizioni della vita, di far sognare, almeno per un attimo, un mondo che sia veramente migliore, più buono, più giusto.

    Milioni di presepi, di opere d'arte, di copertine di giornali, di tovaglie, di figurine, di statuette, rappresentano con stili estremamente diversi la famiglia che duemila anni fa avrebbe trovato rifugio in un serraglio per carovanieri, ultimo misero ricovero di paglia, stracci e sterco di bestiame, nel quale vide la luce e fu adagiato il più grande di tutti i re. La stella cometa col suo splendore, i re magi col loro fascino esotico, i pastori col loro carattere dolcemente agreste, tutto ciò contribuisce a rendere il Natale la più bella e la più sentita di tutte le feste.

    In realtà la data del 25 dicembre non è diventata così importante solo grazie al cristianesimo; al contrario, è la religione legittimata dall'imperatore Costantino che si è innestata su abitudini, culti e ricorrenze che già esistevano nel mondo pagano.

    In varie località abbracciate dall'impero di Roma il solstizio invernale, il 22 dicembre, il giorno più corto dell'anno, era considerato un triste evento, di cui oggi abbiamo eco nel clima spirituale del venerdì santo dei cristiani: le oscure forze della morte avevano la meglio sul Dio Sole, del quale si piangeva la morte. Ma, come sempre, dopo tre giorni le giornate avevano già cominciato ad allungarsi, seppure impercettibilmente. Ciò costituiva, pur nel pieno dell'inverno e della morsa del freddo, un annuncio di speranza che la primavera sarebbe tornata, una rivincita, anzi, una vera e propria rinascita: il Dio Sole era resuscitato e molti festeggiavano, il 25 dicembre, il Dies Natalis Solis Invicti.

    All'inizio il calendario della chiesa cristiana orientale aveva fissato, sulla base di strani computi, la data del 6 gennaio per la nascita di Gesù; era la cosiddetta Epifania. In seguito, fu solo per motivi di convenienza che la data fu spostata al 25 dicembre: Costantino voleva facilitare l'integrazione della nuova religione, che egli stesso aveva legittimato, attribuendo al Cristo caratteristiche che erano già possedute da numerose divinità adorate dai popoli sottomessi a Roma.

    L'imperatore aveva conquistato la sua posizione anche, o forse soprattutto, grazie all'alleanza di coloro che fino a poco tempo prima erano stati considerati come nemici dell'ordine imperiale, e che erano ancora ben memori della feroce persecuzione effettuata nei loro confronti dall'imperatore Diocleziano. Una volta giunto al potere Costantino dovette gestire una situazione di grave imbarazzo: infatti il cristianesimo primitivo, quando ancora non si era configurato come religione extragiudaica, era stato la fede messianica degli ebrei: la più cocciuta e fanatica ideologia che, sulla base dell'estremismo Jahvista, rifiutava la sovranità politica di Roma e istigava le altre province al disordine, col suo messaggio di ribellione contro l'autorità imperiale.

    Naturalmente molto tempo era passato dall'epoca di Cristo a quella di Costantino; la disfatta degli ebrei nel 70 d.C., ripetutasi nel 135, e le successive elaborazioni teologiche, che avevano avuto inizio fin dai tempi di Paolo di Tarso, avevano parecchio allontanato l'immagine di Cristo da quella del Messia di Israele che Pilato aveva fatto giustiziare. Malgrado ciò il cristianesimo portava ancora con sé echi della sua ormai lontana origine Jahvista, nonché tutta l'eredità dei rancori che secoli di persecuzioni avevano seminato nell'animo dei seguaci della nuova fede, ed anche dell'ostilità che i popoli pagani ancora nutrivano nei confronti dei cristiani, considerati da molti come una odiata stirpe colpevole di numerosi crimini contro la sicurezza dell'impero.

    L'integrazione della nuova religione presentava non poche difficoltà. Pertanto, in una circostanza come la sua, un uomo delle capacità di Costantino non poteva non fare la scelta geniale che era necessaria: favorire una ulteriore e più decisiva evoluzione della teologia cristiana nella direzione di un distacco definitivo da quella che era stata la matrice messianica giudaica, nonché di una maggiore compatibilità e affinità coi culti, le credenze e le abitudini religiose in voga nell'impero. Questa operazione di ritocco si presentava indispensabile.

    Fu per questo che Costantino indisse un concilio a Nicea, nel 325 d.C., e lo presiedette imponendo, col ricatto, le proprie tesi ai vescovi colà convenuti dai più lontani angoli della cristianità.

    Gesù fu proclamato Dio incarnato, partorito da una fanciulla vergine, esattamente come Horo, l'eroe solare egiziano figlio della vergine Iside, come Thammuz (o Adonis), l'eroe solare persiano figlio della vergine Mylitta (o Ishtar), mentre le dee madri come Iside, Cibele, Astarte, fornirono il modello della Madonna. Il Cristo cessò così, per sempre, di essere l'unto di Jahvè per diventare assai più coerente con gli dei pagani del vicino e medio oriente che non col messia delle profezie bibliche. E, soprattutto, cessò di essere una creatura umana per diventare definitivamente uguale a Dio nella natura e nella sostanza (homoousios), per una definizione del concilio alla quale era fatto obbligo sottoporsi.

    I vescovi che osarono rifiutare questi assunti (primo fra tutti Ario) furono immediatamente destituiti ed esiliati da Costantino il quale, con questo monito esemplare, ottenne l'obbedienza incondizionata dalla pavida maggioranza dell'assemblea episcopale. Da allora la chiesa romana crebbe di autorità e di prestigio in simbiosi col potere degli imperatori, praticando nei confronti delle cosiddette eresie una persecuzione non meno feroce di quella che i cristiani stessi avevano subito prima di Costantino, finché l'autorità ecclesiastica non ebbe conquistato l'egemonia assoluta su tutti gli aspetti della vita culturale del mondo occidentale.

    Oggi possiamo affermare che particolari esigenze di carattere catechistico e dottrinario, maturate sostanzialmente a partire dai tempi di S.Paolo, verso la metà del I° secolo, hanno prodotto una reinterpretazione alquanto sofisticata dei fatti storici che riguardano la figura del presunto Messia crocifisso da Pilato. Il frutto di questa reinterpretazione, ed anche di tutte le sue successive evoluzioni, è il racconto evangelico, come noi lo conosciamo adesso, che non riflette pertanto una verità storica con tutte le sue implicazioni di carattere politico, morale e religioso, bensì una catechesi alle esigenze della quale i fatti storici, i personaggi e tutti gli altri aspetti del problema sono stati asserviti e liberamente manipolati.

    Anche il celebre racconto della natività che ci accingiamo ad analizzare, è stato composto subordinatamente alla dottrina cui doveva essere funzionale, non certo ai fatti storici reali di cui molti, oggi, pretendono che sia testimonianza.

    La letteratura neotestamentaria è ricca di materiale sulla nascita di Gesù, ma si tratta per lo più di tradizioni apocrife, dal momento che i Vangeli canonici dedicano, tutto sommato, uno spazio limitato alla natività. Soltanto Matteo e Luca si sono occupati di parlare della nascita del messia, mentre i testi di Marco e di Giovanni lo presentano a partire da quando, adulto, viene battezzato sul Giordano ed inizia la sua vita pubblica.

    Come il racconto della morte di Cristo denuncia gli interventi effettuati dai redattori per comporre una storia che fosse funzionale ai loro presupposti dottrinari, e non alla trasmissione fedele dei fatti, anche il racconto della nascita, in modo ancora più palese, denuncia i suoi contenuti leggendari: la natività di Matteo e quella di Luca sono completamente diverse, nelle cronologie, nelle localizzazioni geografiche, nello stesso sviluppo degli eventi. I re magi, così come la drammatica persecuzione voluta da Erode e la conseguente fuga in Egitto, appartengono a Matteo; la misera mangiatoia in cui Gesù fu sistemato, con la cornice di pastori adoranti, e la presentazione al tempio di Gerusalemme per la circoncisione, appartengono a Luca.

    Pertanto, a differenza della passione, per la quale è possibile costruire una sinossi, ovverosia una lettura parallela dei quattro testi evangelici, la natività ha aspetti talmente diversi nelle sue due redazioni, che non possiamo presentare i brani in una impaginazione affiancata, ma dobbiamo semplicemente proporli uno di seguito all'altro.

    Dal Vangelo di Matteo:

    "[1,1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. [2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, [3]Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, [4]Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, [5]Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, [6]Iesse generò il re Davide.

    Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, [7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, [8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, [9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, [10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, [11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

    [12]Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, [13]Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, [14]Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, [15]Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, [16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

    [17]La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.

    [18]Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. [19]Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. [20]Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perchè quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. [21]Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

    [22]Tutto questo avvenne perchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

    [23]Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio

    che sarà chiamato Emmanuele,

    che significa "Dio con noi". [24]Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sè la sua sposa, [25]la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

    [2,1]Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: [2]“Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. [3]All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. [4]Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. [5]Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perchè così è scritto per mezzo del profeta:

    [6]E tu, Betlemme, terra di Giuda,

    non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:

    da te uscirà infatti un capo

    he pascerà il mio popolo, Israele.

    [7]Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella [8]e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perchè anch'io venga ad adorarlo”.

    [9]Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finchè giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. [10]Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. [11]Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. [12]Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

    [13]Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finchè non ti avvertirò, perchè Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.

    [14]Giuseppe, destatosi, prese con sè il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, [15]dove rimase fino alla morte di Erode, perchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

    Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.

    [16]Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. [17]Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:

    [18]Un grido è stato udito in Rama,

    un pianto e un lamento grande;

    Rachele piange i suoi figli

    e non vuole essere consolata, perchè non sono più.

    [19]Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto [20]e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese d'Israele; perchè sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. [21]Egli, alzatosi, prese con sè il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d'Israele. [22]Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea [23]e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perchè si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”."[1]

    Dal Vangelo di Luca:

    "[1,5]Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. [6]Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. [7]Ma non avevano figli, perchè Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

    [8]Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, [9]secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. [10]Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. [11]Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. [12]Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. [13]Ma l'angelo gli disse: “Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. [14]Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, [15]poichè egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino nè bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre [16]e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. [17]Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”. [18]Zaccaria disse all'angelo: “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni”. [19]L'angelo gli rispose: “Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. [20]Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perchè non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo”.

    [21]Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. [22]Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.

    [23]Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. [24]Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: [25]“Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini”.

    [26]Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, [27]a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. [28]Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. [29]A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. [30]L'angelo le disse: “Non temere, Maria, perchè hai trovato grazia presso Dio. [31]Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. [32]Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre [33]e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

    [34]Allora Maria disse all'angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. [35]Le rispose l'angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. [36]Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: [37]nulla è impossibile a Dio”. [38]Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l'angelo partì da lei.

    [39]In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. [40]Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. [41]Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo [42]ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! [43]A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? [44]Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. [45]E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore”.

    [46]Allora Maria disse:

    “L'anima mia magnifica il Signore

    [47]e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

    [48]perchè ha guardato l'umiltà della sua serva.

    D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

    [49]Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente

    e Santo è il suo nome:

    [50]di generazione in generazione la sua misericordia

    si stende su quelli che lo temono.

    [51]Ha spiegato la potenza del suo braccio,

    ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

    [52]ha rovesciato i potenti dai troni,

    ha innalzato gli umili;

    [53]ha ricolmato di beni gli affamati,

    ha rimandato a mani vuote i ricchi.

    [54]Ha soccorso Israele, suo servo,

    ricordandosi della sua misericordia,

    [55]come aveva promesso ai nostri padri,

    ad Abramo e alla sua discendenza,

    per sempre”.

    [56]Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

    [57]Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. [58]I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.

    [59]All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. [60]Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. [61]Le dissero: “Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”. [62]Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. [63]Egli chiese una tavoletta, e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. [64]In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. [65]Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. [66]Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: “Che sarà mai questo bambino?” si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.

    [67]Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo, e profetò dicendo:

    [68]“Benedetto il Signore Dio d'Israele,

    perchè ha visitato e redento il suo popolo,

    [69]e ha suscitato per noi una salvezza potente

    nella casa di Davide, suo servo,

    [70]come aveva promesso

    per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:

    [71]salvezza dai nostri nemici,

    e dalle mani di quanti ci odiano.

    [72]Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri

    e si è ricordato della sua santa alleanza,

    [73]del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,

    [74]di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

    di servirlo senza timore, [75]in santità e giustizia

    al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

    [76]E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo

    perchè andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

    [77]per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza

    nella remissione dei suoi peccati,

    [78]grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,

    per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge

    [79]per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre

    e nell'ombra della morte

    e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

    [80]Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

    [2,1]In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. [2]Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. [3]Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. [4]Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, [5]per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. [6]Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. [7]Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non c'era posto per loro nell'albergo.

    [8]C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. [9]Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, [10]ma l'angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: [11]oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. [12]Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. [13]E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva:

    [14]“Gloria a Dio nel più alto dei cieli

    e pace in terra agli uomini che egli ama”.

    [15]Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. [16]Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. [17]E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. [18]Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. [19]Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

    [20]I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

    [21]Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

    [22]Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, [23]come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; [24]e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

    [25]Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; [26]lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. [27]Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, [28]lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

    [29]“Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

    vada in pace secondo la tua parola;

    [30]perchè i miei occhi han visto la tua salvezza,

    [31]preparata da te davanti a tutti i popoli,

    [32]luce per illuminare le genti

    e gloria del tuo popolo Israele”.

    [33]Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. [34]Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione [35]perchè siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima”.

    [36]C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, [37]era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. [38]Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

    [39]Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. [40]Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

    [41]I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. [42]Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; [43]ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. [44]Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; [45]non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. [46]Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. [47]E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. [48]Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perchè ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. [49]Ed egli rispose: “Perchè mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. [50]Ma essi non compresero le sue parole.

    [51]Partì dunque con loro e tornò a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. [52]E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini"[2].

    3.2. I luoghi.

    3.2.1. Il luogo di nascita di Gesù secondo gli evangelisti Matteo e Luca.

    "Gesù nacque a Betlemme di Giudea"[3], ecco la laconica espressione con cui Matteo definisce il luogo della nascita di Cristo. Betlemme era un villaggio della Giudea, situato a breve distanza da Gerusalemme, in direzione sud, una località come diecine di altre, abitata da semplici artigiani e pastori. Un gruppo di casette di pietra, legno e paglia, inframezzate da piante di fico, d'olivo e di vite, viottole polverose, stalle di pecore e capre, un paio di fontanelle, la sinagoga, i campi, le colline, il sole di Palestina e, di notte, il canto dei grilli e il brillare delle stelle. Non certo la Betlemme di oggi, villaggio conteso fra israeliani e palestinesi, meta di pellegrini cristiani, che credono di visitare il luogo dove il bue e l'asinello avrebbero scaldato il piccolo nato.

    Se dunque fosse stato soltanto per le sue caratteristiche geografiche, economiche e sociali, Betlemme non avrebbe avuto alcun particolare motivo per dare i natali al futuro salvatore dell'umanità: Gesù Cristo, il figlio di Dio.

    Perché non Gerusalemme stessa, la città santa?

    In realtà il villaggio aveva un grande precedente: mille anni prima il pastorello Davide, ultimo figlio maschio di Isai (Jesse), della tribù di Giuda, aveva visto la luce nella piccola Betlemme ed aveva trascorso la sua infanzia pascolando le capre nelle campagne circostanti, prima di essere indicato da Samuele come l'Unto di Jahvè, di diventare il re che seppe sconfiggere tanti nemici di Israele, di unificare le dodici tribù e di dar loro una grande capitale: Gerusalemme.

    Da allora numerosi profeti individuarono in Betlemme, nella tribù di Giuda e nella discendenza di Isai, le coordinate geografiche, tribali e genealogiche dell'atteso messia, il novello Unto di Jahvè che, come Davide aveva creato il regno, avrebbe dovuto liberarlo e ricostruirlo dopo che questo era stato diviso e più volte assoggettato agli imperi pagani degli Assiri, dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani.

    Su questo fatto l'evangelista Matteo è estremamente esplicito, i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, interrogati dal re Erode sul luogo in cui avrebbe dovuto nascere l'atteso messia, avrebbero risposto con un passo delle sacre scritture: "E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te infatti uscirà un capo che pascerà il mio popolo Israele"[4].

    Anche Luca sostiene che Gesù sarebbe nato a Betlemme: "Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito"[5].

    Il terzo evangelista, un presunto medico siriano che avrebbe subito la conversione in Antiochia, dopo aver conosciuto lo stesso San Paolo, si sofferma nel precisare che Giuseppe, padre di Gesù, era della casa e della famiglia di Davide, volendo così confermare il pieno possesso di questo importante requisito messianico.

    3.2.2. Il luogo di residenza della famiglia di Gesù secondo gli evangelisti Matteo e Luca.

    Sul fatto che Gesù sia nato nel villaggio di Betlemme non c'è contrasto, fra le due natività, ma per quale motivo, stando a quanto dicono gli evangelisti, la famiglia si sarebbe trovata in quel luogo?

    "Allora Erode, chiamati segretamente i magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme: - Andate ed informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo -. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finchè giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono"[6].

    Questo brano non lascia spazio a dubbi sul motivo per cui, secondo Matteo, la famiglia si sarebbe trovata a Betlemme: ci abitava. Non c'è alcun motivo per pensare che si trattasse di una abitazione provvisoria, tant'è vero che, nel seguito del racconto, allorché Erode decise di eliminare quel fanciullo che, come destinatario delle profezie messianiche, costituiva una minaccia alla sovranità della famiglia erodiana, ordinò il massacro di tutti i bambini di Betlemme, dai due anni in giù.

    Forse i magi non avevano visitato un fanciullo di pochi giorni, e se fino a due anni potevano essere passati dalla nascita, il fatto che costui si trovasse ancora a Betlemme, in una casa, indica in modo più che esplicito che quella doveva essere la sua residenza stabile.

    Come tutti sanno, la famiglia, avvertita da un angelo apparso in sogno a Giuseppe, lasciò velocemente Betlemme, nottetempo, diretta verso l'Egitto, per scampare alla persecuzione. Innumerevoli sono le ipotesi sul tempo trascorso durante l'esilio forzato; l'evangelista non concede alcuna indicazione in proposito, ma è estremamente esplicito sulla residenza che i tre avrebbero scelto al loro ritorno: Nazaret. Per quale motivo?

    Il fatto è che nel 4 a.C. Erode il Grande morì, e la famiglia, in seguito alla scomparsa del persecutore, fu nelle condizioni di poter tornare in patria. Se non ché, dal momento che il potere in Gerusalemme era stato affidato ad Archelao, figlio di Erode, e che Betlemme era situata a poca distanza dalla capitale, Giuseppe "ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret"[7].

    Le descrizioni di Matteo sono più che inequivocabili: la famiglia era di Betlemme e qui viveva da sempre, fino alla nascita di Gesù e oltre; finché, per motivi di sicurezza, non fu costretta all'esilio, prima, e al cambiamento di residenza, poi. A questo punto Nazaret, ex novo, diventa il luogo di residenza, e niente fa pensare che la città, prima di allora, abbia significato qualcosa per Giuseppe e per Maria.

    Di tutt'altro avviso è Luca. Secondo lui, prima ancora che Gesù fosse concepito nel ventre di sua madre, Giuseppe e Maria, novelli sposi, già vivevano a Nazaret: "Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe"[8].

    Si rifletta sul fatto che, secondo la tradizione, Matteo sarebbe stato un apostolo di Gesù, il pubblicano Levi che aveva risposto alla chiamata del maestro; una persona che avrebbe dovuto sapere bene quello che raccontava. Luca, invece, Gesù non l'aveva mai visto né conosciuto; glielo aveva testimoniato San Paolo, ed era stato istruito a voce o attraverso testimonianze scritte. Sulla base di questa semplice considerazione noi dovremmo dare maggior credito al racconto di Matteo e perdonare a Luca le sue imprecisioni.

    Ma un fatto ci contraddice: la natività Lucana è la più ricca, oltreché la più vasta. 13026 caratteri contro 4154, ci informa il computer, più di tre volte tanto; considerando delle due versioni soltanto la parte narrativa e trascurando le genealogie. E poi Luca parla degli spostamenti, delle località, dei momenti storici in cui tali spostamenti vennero effettuati, di tanti particolari che riguardano la famiglia di Gesù e quella di Giovanni, parente di Gesù., nato sei mesi prima. A leggere le natività si riceve l'impressione che fosse Matteo quello che ne sapeva di meno. A chi dobbiamo perdonare?

    Luca sapeva che "In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta"[9].

    Anche le descrizioni di Luca sono inequivocabili, non si tratta di imprecisioni, né i linguaggi danno luogo a interpretazioni diverse. E poi il concetto è ulteriormente ribadito, perché Giuseppe e Maria "Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret"[10].



    [1] Mt 1, 1-25; 2, 1-23.

    [2] Lc 1, 5-80; 2, 1-51.

    [3] Mt 2, 1.

    [4] Mt 2, 6.

    [5] Lc 2, 4-7.

    [6] Mt 2, 7-11.

    [7] Mt 2, 22-23.

    [8] Lc 1, 26-27.

    [9] Lc 2, 1-7.

    [10] Lc 2, 39.


    da CRISTO, UNA VICENDA STORICA DA RISCOPRIRE

     

    Autore: David Donnini (E-mail: donnini@dada.it)

     

    Questo libro è stato pubblicato in Italia, nel 1994, da Erre Emme Edizioni, di Roberto Massari, CP 144, 01023 Bolsena (VT)

    Tel. 0761/799831.



    Favole alla deriva

    Le prime due prove della non esistenza storica di Gesù***

    di Luigi Cascioli

     


    da http://www.calogeromartorana.it/gesu_non_esiste.htm
    Nel -63 Pompeo, istallatosi a Damasco dopo la conquista della Siria, decise, prima di rientrare a Roma, di dare un ordine sociale e politico a tutti i possedimenti dell’Asia compresa la Palestina che è era stata annessa all’Impero in qualità di protettorato.
    In Palestina c’era un conflitto tra i due fratelli Aristobulo II e Ircano II che si contendevano il trono di Gerusalemme quali appartenenti alla casta degli della stirpe degli Asmonei sedicente discendente della stirpe di David.
    Pompeo, eletto arbitro della contesa, ritenendo Aristobulo II non affidabile per certe sue amicizie pericolose per Roma, decise in favore di Ircano II.
    I sostenitori di Aristobulo II organizzarono una rivolta armata contro Ircano II.
    Pompeo pose termine ai disordini entrando in Palestina con le sue legioni.
    I partigiani di Aristobulo II furono sconfitti, Gerusalemme occupata, i legionari entrarono nel Tempio con conseguente profanazione del Sancta Sanctorum che generò in tutti gli ebrei un odio feroce contro i romani.
    Pompeo, riconfermato Ircano II al trono di Gerusalemme, ma sotto la sorveglianza di un controllore di sua fiducia nella persona di un certo Antipatro, nella certezza di aver ristabilito in maniera definitiva l’ordine, partì per Roma lasciando una sola legione a Gerusalemme.
    Alla morte di Aristobulo II, i suoi successori riprendono la lotta armata contro Ircano II.
    È in questa rivendicazione che appare la figura di un certo Ezechia nella parte di capo del movimento armato contro Ircano II e i romani suoi sostenitori. (vedi Fav. di Cristo pag. 87).
    Gabinio, proconsole di Siria (55-57 a.C.) intervenne con le legioni e dopo duri scontri riuscì a riportare l’ordine.
    Giulio Cesare, succeduto a Pompeo, riconfermò Ircano II al trono di Gerusalemme ma con sempre accanto Antipatro nella sua carica di controllore (47 a.C.).
    Antipatro ha un figlio di nome Erode il quale, per realizzare l’ambizione di prendere lui il posto degli Asmonei sul trono di Gerusalemme, si schiera al fianco dei Romani nella lotta di repressione contro i rivoltosi di Ezechia.
    Morto Ezechia in uno scontro armato contro una pattuglia comandata dallo stesso Erode (44 a.C.), il suo posto di pretendente al trono di Gerusalemme viene preso da suo figlio Giuda, detto il Galileo nel significato che aveva questo appellativo di “rivoluzionario” perché era in Galilea che si trovava la più importante organizzazione rivoluzionaria.
    Ircano II, intanto, venne fatto prigioniero nella guerra che la Palestina stava conducendo contro i Parti.
    Approfittando della cattura di Aristobulo II, Erode s’istallò sul trono di Gerusalemme facendosi eleggere dai Romani re della Palestina. (-40).
    Rientrato Ircano II dalla prigionia, Erode fece uccidere lui e tutti i suoi discendenti degli Asmonei che avrebbero potuto contestargli il regno, compresa sua moglie ... e i due figli che aveva avuto da lei.
    (È da questi eccidi che fu costruita quella strage degli innocenti riportata dai vangeli, che in realtà non è mai esistita).
    Erode muore nel 4 a.C. lasciando una successione complicata tra i suoi quattro figli.
    Alla morte di Erode, Giuda il Galileo, figlio di Ezechia, quale Asmoneo pretendente al trono di Gerusalemme, con un esercito formato da esseno-zeloti, attacca la legione romana di stanza a Gerusalemme generando una vera e propria guerra che termina dopo ben tre interventi da parte di Quintilio Varo, proconsole in Siria. La repressione da parte dei romani è feroce; la crocifissione di duemila rivoltosi genera un aumento di odio verso i Romani da parte degli ebrei.
    Cesare Augusto, subentrato a Giulio Cesare, per rendere più controllabile la Palestina la divide in quattro tetrarchie affidandone ciascuna ad uno dei quattro figli di Erode. La più importante, quella della Giudea con capitale Gerusalemme, l’affida ad Archelao quale primogenito.
    Questa conferma da parte di Roma a mantenere i discendenti di Erode al comando della Palestina, genera nuove rivolte da parte dei rivoltosi guidati da Giuda il Galileo.
    Cesare Augusto, stanco dei continui disordini causati da tutte queste lotte di successione, decide di occupare militarmente la Palestina passandola da protettorato, quale era, a provincia dell’Impero Romano e toglie dal trono di Gerusalemme ogni pretendente di razza ebraica per sostituirlo con un procuratore romano a cui accorda ogni autorità, compresa quella di emettere condanne a morte (6 d.C.).
    Come conseguenza del passaggio da protettorato a provincia, la Palestina viene sottoposta ad un censimento a fini fiscali che genera un fermento generale del quale ne approfitta Giuda il Galileo per organizzare un’ulteriore rivoluzione contro i romani, rivoluzione alla quale partecipa tutto il mondo ebraico di religione biblica in una maniera particolarmente sentita perché oltre al sentimento di ribellione contro l’imposizione delle tasse che sarebbe derivata dal censimento, esso vedeva nella sostituzione di Archelao con un procuratore romano al trono di Gerusalemme quell’avvenimento che avrebbe annunciato l’imminente avvento del Messia secondo quanto aveva predetto il profeta Giacobbe: « Il tempo dell’attesa si compirà quando lo scettro di Davide passerà nelle mani di uno straniero».
    La partecipazione del popolo fu così massiccia e sentita da trasformare la rivolta in una vera e propria guerra che durò oltre due anni mettendo spesso in difficoltà le legioni romane venute dalla Siria.
    Morto Giuda il Galileo in questa guerra, il suo posto nelle rivendicazioni al trono di Gerusalemme fu preso dal primogenito Giovanni e dagli altri suoi sei figli Simone, Giacomo il Maggiore, Giuda (non l’Iscariote), Giacomo il Minore, Giuseppe e, l’ultimo, Menahem, che morirà nella guerra giudaica del 66-70 dopo essere stato acclamato dagli esseno-zeloti, durante l’assedio di Gerusalemme da parte delle legioni romane, re dei Giudei.
    Fatta questa breve ricapitolazione per far comprendere quale importanza ebbero i discendenti della casta degli Asmonei nelle rivoluzioni messianiche, passiamo ora ad analizzare, attraverso una documentazione storica, questa squadra di combattenti Jahvisti, formata dai figli di Giuda il Galileo, per trarre da essa quelle che sono le prime due prove della non esistenza storica di Gesù Cristo.

    Prova numero uno.

    Secondo una prassi già seguita dai Maccabei nella loro rivolta contro gli Ellenisti (167 a.C.), i guerriglieri del movimento rivoluzionario messianico continuarono ad usare gli appellativi per quell’anonimato di cui hanno bisogno tutti i partigiani di questo mondo di proteggere se stessi nella loro latitanza e le proprie famiglie dalle ritorsioni che potrebbero subire dalle polizie nemiche, quali loro parenti.
    Come i cinque figli del loro antenato Mattatia (Giovanni, Simone, Giuda, Eleazzaro e Gionata che furono chiamati rispettivamente Gaddi, Tassi, Maccabeo, Auaran e Affus - I Mc. 2- 2), anche i figli di Giuda il Galileo, autonominatisi Boanerghes, cioè figli della vendetta, adottarono dei soprannomi personali oltre a quelli che gli furono attribuiti in forma generica, quali quelli Qanana e Zelota, che rispettivamente significano “rivoluzionario” (il primo in aramaico, il secondo in greco), e quello di “Galileo”, che veniva dato ai guerriglieri del nord perché era in Galilea che si accentrava una forte componente rivoluzionaria, come risulta da antichi documenti aramaici, greci e latini (Novum Testamentum Graece et Latine).
    Ritenendo troppo lungo soffermarmi a parlare di tutti e sette i fratelli in questa lettera aperta, tratterò soltanto di quelli che mi sono direttamente coinvolti in quella che sarà la prima prova che porterò per dimostrare la non esistenza storica di Gesù detto il Cristo, cioè Simone che ebbe gli appellativi di Barjona, che in aramaico significa latitante, e Kefas (pietra), che gli fu dato nel significato allegorico di roccia per la sua corporatura muscolosa e massiccia, e Giacomo il Maggiore il cui nome viene associato nei documenti a quello di Boanerghe.
    La banda dei Boanerghes (figli della vendetta), operò come tutte le altre bande esseno-zelote, sul territorio palestinese per coinvolgere la popolazione, come era avvenuto nella rivolta del censimento, in quella che doveva essere a rivoluzione finale che, liberando la Palestina dall’occupazione romana, avrebbe rimesso sul trono di Gerusalemme un discendente della stirpe di Davide.
    Partendo dalla regione della Golanite, cioè dai confini della Siria, attraverso la Galilea e la Samaria, era in Giudea, con la conquista di Gerusalemme, che doveva concludersi quel programma esseno-zelota che prevedeva la vittoria del bene contro il male, il trionfo definitivo degli angeli della luce, sugli angeli delle tenebre; i primi rappresentati da loro, sostenitori del monoteismo biblico, i secondi raffigurati dai seguaci delle divinità pagane.
    I Boanerghes non erano altro che una delle tante bande, di cui ci parlano gli storici contemporanei, che, approfittando del malcontento popolare generato dalle ingiustizie sociali, praticavano il proselitismo di massa aizzando, in nome di una morale comunista, i diseredati contro le classi privilegiate e contro le istituzioni della Stato, e terrorizzando coloro che si rifiutavano di collaborare: «Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie». (Filone).
    «Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi sì che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate». (Giuseppe Flavio- Guerra Giud.).

    “In illo tempore”, cioè nello stesso periodo messianico, apprendiamo dai Testi Sacri che un’altra squadra percorse la Palestina del tutto uguale a quella dei Boanerghes, sia nei nomo dei componenti che nell’applicazione del programma seguito per conquistare le masse, cioè quel programma che veniva eseguito dagli attivisti nazir esseno-zeloti promettendo alle classi umili l’eredità della terra e la conquista dei cieli se li avessero seguiti nel loro precetti, e terrorizzando coloro che gli si opponevano.
    Una combinazione di eventi e di persone che si potrebbe pure attribuire al caso, come qualche credente mi ha fatto osservare, se non ci fossero ulteriori considerazioni che ci confermano che in realtà una delle due deve essere esclusa dalla storia. Quale? Quella formata dai figli di Giuda il Galileo, confermata dai documenti storici, oppure l’altra sostenuta dai Testi Sacri?

    Le figure di Simone e Giacomo ci vengono presentate da Giuseppe Flavio che così ci parla di essi: «Sotto l’amministrazione del procuratore Tiberio Alessandro (44-46), si verificarono disordini che portarono alla cattura di due figli di Giuda il Galileo: si chiamavano Simone e Giacomo, e furono entrambi crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea». (Giuseppe Flavio -Ant. Giud.-XX, 102 - Classici UTET).

    Se il Simone e Giacomo dei quali ci parla la storia risultano essere due figli di Giuda il Galileo crocefissi nel 44 sotto il procuratore Tiberio Alessandro con l’accusa di essere dei rivoluzionari, chi sono il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri?
    I vangeli ce li presentano come due pescatori che Gesù incontrò mentre passeggiava lungo la riva del lago di Tiberiade mentre gettavano le reti. Seguendo quell’ispirazione divina che si trova alla base di ogni affermazione testamentaria, Gesù si rivolse a loro invitandoli a seguirlo sulla promessa che li avrebbe resi “pescatori di uomini”, ed essi, senza porsi domande, lo seguono per diventare, così, suoi discepoli. (Mt. 4,18).
    Dopo essere stato dichiarato “figlio di Giona”, Simone fu prescelto da Gesù come la “pietra” sulla quale egli avrebbe edificato la sua Chiesa: «Beato te, figlio di Giona, gli disse Gesù, tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». (Mt. 16,17).
    Giacomo ricevette da Gesù, l’appellativo di Boanerghe: «Gesù diede a Giacomo l’appellativo di Boanerghe».(Mc. 3,17).
    Simone difese Gesù al Getsemani, dove, stando al vangelo, era andato con gli apostoli a pregare, tagliando con un colpo di spada l’orecchio ad una guardia del Tempio di nome Malco:« Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del Sommo Sacerdote e gli tagliò l’orecchio». (Gv. 18,10).
    La biografia evangelica di Simone e Giacomo, terminano con l’incitamento che Gesù gli rivolge, prima di risalire in cielo, di “andare in tutto il mondo e predicare il vangelo”. (Mc. 16,15).

    La figura di Simone la ritroviamo negli Atti degli Apostoli nel ruolo di capo che guida la prima comunità cristiana di Gerusalemme e la istruisce fino a quando non viene catturato insieme a Giacomo per volere di Erode Agrippa (41-44) con l’ordine che vengano entrambi giustiziati. Ma, per un miracolo divino, mentre Giacomo fu ucciso di spada, Simone si salvò perché un angelo lo liberò dalle catene e lo fece fuggire aprendogli la porta della prigione: «In quel tempo il re Erode Agrippa (41-44) cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro il quale però non venne ucciso perché mentre era in prigione in attesa dell’esecuzione, un angelo lo liberò dalle catene, gli aprì la porta del carcere e lo fece fuggire». (At.12- 1 e segg.).
    È così, con questa fuga dalla prigione, che finisce la biografia di Simone secondo le Sacre Scritture; tutto il resto che riguarda la sua venuta a Roma e la nomina a primo Papa è stato aggiunto dai Padri della Chiesa.
    Per ciò che riguarda la sua morte nessun documento testamentario ne parla. Essa è stata costruita nel IV secolo quando la Chiesa lo dichiarò primo Papa per dare il primato a Roma sul cristianesimo. Prima di quella che viene oggi riconosciuta come vera, nella quale ci viene presentato nel coraggio di un Papa eroe che affronta la crocifissione sorridendo dopo aver assistito impavido al supplizio di sua moglie, e nell’umiltà di un discepolo che chiede di essere crocefisso con la testa all’ingiù perché non si ritiene degno di morire nella stessa posizione di Cristo, a Simone furono attribuite altre due morti. In una si diceva che era morto come un pusillanime che era andato al patibolo piangente e tirato con forza, e in un’altra si diceva che era stato crocefisso per volere di Nerone perché in una sfida di magia aveva provocato la morte di Simone il Mago facendolo cadere, con le sue preghiere, dall’alto mentre volava.
    Tre morti differenti ma tutte aventi un preciso significato. La prima che gli fu data in relazione al mago Simone, doveva dimostrare la superiorità dello Spirito Santo su ogni forma di magia, la seconda, quella che affronta piangente, doveva confermare il suo carattere pusillanime che lo aveva portato a rinnegare tre volte Gesù, e la terza, quella definitiva che viene sostenuta dalla Chiesa, fu costruita per confermare la forte personalità di colui su cui Cristo aveva costruito la sua Chiesa.
    Il fatto della testa all’ingiù fu escogitato dai padri della Chiesa per evitare che un secondo crocefisso potesse creare dei problemi nella catechesi cristiana.

    Simone e Giacomo di Giuseppe Flavio sono gli stessi dei quali parlano i Testi Sacri?

    A chi potrebbe obbiettare che il Simone e il Giacomo riportati da Giuseppe e dai documenti scritti in aramaico e greco (obiezione che sono stati capaci di pormi i più accaniti sostenitori delle verità evangeliche), non sono gli stessi di cui parlano i testi sacri, perché nulla ci vieta di ammettere che possano essere esistite contemporaneamente due coppie di persone che avevano lo stesso nome, noi porteremo ulteriori prove che, tratte dalle falsificazioni che furono operate dai Santi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio, Girolamo ecc.), elimineranno nella maniera più inconfutabile ogni possibilità di scappatoia anche in coloro che persistono nel più irriducibile irrazionalismo della fede.

    Esaminiamo gli appellativi che vengono attribuiti a Simone e Giacomo secondo gli antichi documenti:
    Barjona: Il Barjiona dato al Simone dei Boanerghes, dal significato originario di “latitante”, che ritroviamo trasformato in “figlio di Giona” nei Testi Sacri non è che il risultato di una manipolazione operata sulla parola nella traduzione dall’aramaico in greco.
    Sapendo che in aramaico “bar” significa figlio, i Padri della Chiesa ricavarono “figlio di Giona” separando “bar” da “Jona” con l’accortezza di scrivere bar in lettera minuscola come un nome comune e Jona in lettera maiuscola per farlo diventare nome proprio di persona: Simone Barjiona = Simone bar Jona = Simone figlio di Jona. (Da Novum Testamentum Graece et Latine pag. 54, 17).
    Che questa trasformazione sia una il risultato di una voluta falsificazione e non di un errore di traduzione ci viene confermato da tre motivi:
    a) La parola aramaica “bar”, non può trovare nessuna giustificazione in una traduzione scritta tutta in greco se non in un’intenzionalità tesa al raggiungimento di uno scopo.
    b) Il nome proprio Jona, non esistendo in aramaico, esclude ogni possibilità di attribuire una figliolanza a qualcuno che non può avere questo nome.
    c) La parola in “bar”, nel significato di figlio, si trova sul testo greco soltanto davanti a “Giona” mentre in tutti gli altri casi viene giustamente tradotta con “fios”.
    Praticamente, in un testo scritto tutto in greco, i traduttori (falsari) hanno inserito questa parola aramica bar che, guarda caso, sparisce poi nella versione latina dove “bar Jona” viene tradotto con “filius Jonae”. Tutto questo perché il Simone Barjona latitante in aramaico, passando per Simone bar Jona nella traduzione greca, perdendo ogni traccia del rivoluzionario, possa divenire il pescatore di anime “Simon filius Jonae” dei vangeli canonici. E come per Simone, altrettanto furono operate negli altri componenti la banda dei Boanerghes quelle manipolazioni necessarie perché gli appellativi rivoluzionari assumessero un significato pacifico, come Qananite, che in Aramaico significa rivoluzionario, che fu trasformato in Cananeo, cioè oriundo della città di Cana, e Galileo in abitante della regione della Galilea.
    Kefas: L’appellativo Kefas (cefa), che nel significato di “pietra” fu dato a Simone per la sua massiccia corporatura, fu trasformato dai falsari in quel nome proprio di “Petrus” che, in senso traslato, sarà usato per indicare in lui la “pietra” su cui Gesù edificherà la sua Chiesa. «Beato te, Simone, figlio di Giona... tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt. 16- 17 e segg.). Frase che se fosse stata espressa nel significato originale, avrebbe suonato: «Beato te, Simone, latitante, perché sarà su di te, forte come una roccia, che io edificherò la mia rivoluzione», quella rivoluzione che gli Asmonei, seguendo il programma esseno-zelota, stavano preparando contro i Romani per la liberazione della Palestina.

    Boanerghe e Zelota: Questi due appellativi dati a Giacomo quale combattente Jahvista appartenente alla banda dei Boanerghes, confermati come sono dagli stessi vangeli canonici non hanno bisogno di ulteriori documentazioni e commenti per quanto la Chiesa cerchi di cambiarne il vero significato rivoluzionario dicendo che Zelota fu dato a Giacomo nel significa di “zelante nell’amore per Cristo” e Boanerghe perché era sua abitudine di parlare a voce alta come un tuono.
    Ma per quanto i falsari abbiano cercato di far sparire ogni traccia rivoluzionaria nella trasformazione dei Bohenerges in pacifici discepoli di Gesù, tanti sono i passi rimasti nei vangeli che testimoniano la loro originale natura estremista, quale quello citato da Luca che “nell’autorizzazione che i discepoli chiedono a Gesù di incendiare un villaggio samaritano perché si era rifiutato di concedergli asilo (Lc. 9,51 e segg.) ci riporta a quanto gli storici del tempo scrissero di queste squadre estremiste esseno-zelote: «Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie». (Filone).
    «Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi si che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate». (Giuseppe Flavio- Guerra Giud.).
    Alla domanda di come sia possibile che nei vangeli si trovino passi che possano testimoniare la vera natura zelota nella squadra di Gesù quando la Chiesa avrebbe avuto tutto l’interesse di nasconderli, la risposta la troviamo nel fatto che i quattro vangeli canonici, scritti tutti nella seconda metà del II secolo, furono totalmente ricopiati dal vangelo che i Battisti scrissero, nella seconda metà del I secolo, per costruire in Giovanni Battista la figura del predicatore spirituale e del rivoluzionario zelota secondo i canoni del movimento esseno-zelota che volevano un Messia dalla duplice figura, la figura del predicatore spirituale e la figura del guerriero davidico. Ma questo fa parte di un capitolo che sarà trattato a parte.

    Dimostrato così che Il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri non sono altro che due figure immaginarie ricavate dal Simone e Giacomo che Flavio Giuseppe ci presenta come figli di Giuda il Galileo, tutto ciò che la Chiesa sostiene su di essi crolla miseramente. Come si può ancora credere che il Simone Pietro, figlio di Giona, sia potuto andare a Roma nel 62 ed esservi eletto primo Papa se è stato crocifisso nel 44 sotto Alessandro Tiberio con l’accusa di rivoluzionario? Come si può pretendere che tutta la storia della Chiesa possa reggersi ancora su una favoletta, quella favoletta dell’angelo che liberò Simone dalle catene?

    Prova numero due dell’inesistenza storica di Gesù.

    La seconda prova della non esistenza storica di Gesù ci sarà fornita, netta ed inconfutabile, mettendo in diretto confronto la figura del Messia dei Testi Sacri, detto il Nazareno, con il Messia della Storia, detto il Nazireo, entrambi pretendenti al trono di Gerusalemme in qualità di “re dei Giudei”.

    Messia dei Testi Sacri.

    Il Messia dei Testi Sacri, al quale la Chiesa ha dato il nome di Gesù, ci viene presentato secondo i seguenti dati anagrafici:
    a) Paternità: figlio primogenito di Giuseppe.
    b) Luogo di nascita: Betlemme, anche se Marco e Giovanni non ne fanno menzione nelle loro biografie cominciando il racconto della sua vita da quando aveva trent’anni.
    c) Residenza: Nazaret, perché la città natale di suo padre Giuseppe, secondo il biografo Dottor Luca, perché ha dovuto rifuggircisi dal ritorno dall’Egitto dove si era rifugiato per sfuggire alla strage degli innocenti ordinata da Erode che voleva ucciderlo perché ritenuto suo concorrente al trono di Gerusalemme.
    d) Professione: Rabbi.
    e) Ha due appellativi, quello di Galileo perché Nazaret si trovava nella regione della Galilea, e quello di Nazareno che gli viene dalla città di Nazaret, considerata sua patria per adozione da Matteo e per discendenza atavica da Luca.
    f) Inizia la sua missione di predicatore formando una squadra di dodici discepoli, dei quali alcuni sono suoi fratelli che si chiamano Simone Pietro, detto Cefa, figlio di Giona, Giacomo il Maggiore detto Boanerghe, Giuda detto Teudas (Taddeo), Giacomo il Minore detto Zelota... degli altri otto, essendo alquanto complicata la spiegazione dei nomi, ne parleremo in una prossima lettera aperta.
    Con questa squadra di discepoli, partendo dai confini della Siria (Mt.4,23), dopo un periodo di prediche di durata imprecisata ( tre per i biografi Matteo e Marco, due per il biografo Dottor Luca e uno soltanto per il biografo Giovanni), percorre la Palestina predicando una morale del tutto identica a quella esseno-zelota, giunge a Gerusalemme perché è in questa città che, secondo i Testi Sacri, deve concludersi la sua missione di evangelizzatore.
    Prima di entravi, ne prevede la distruzione. (Mt.24,15).
    g) Sotto le feste di Pasqua, dopo aver consumato una cena nella quale i discepoli vi partecipano armati di spade, viene arrestato nel Getsemani e crocefisso sotto l’accusa di aver commesso reati di natura religiosa e politica; religiosa, per essersi dichiarato figlio di Dio, e politica, per aver sostenuto di essere il re dei Giudei (reato gravissimo per i Romani), di aver tentato di sollevare il popolo e di avere impedito di pagare i tributi a Cesare ( Lc. 23 - 1,5).
       
    Giovanni di Gamala secondo la documentazione storica.

    a) Paternità: figlio primogenito di Giuda il Galileo.
    b) Luogo di nascita: Gamala, sita nella regione della Golanite confinante con la Siria.
    c) Residenza: Gamala, città degli Asmonei.
    d) Quale discendente della stirpe di David, viene ricercato da Erode perché lo considera un suo rivale al trono di Gerusalemme.
    e) Professione: Rabbi.
    f) Ha due appellativi, quello di Galileo come suo padre Giuda, anche se di origine Golanite, perché appartenente al movimento rivoluzionario che ha sede in Galilea, e quello di Nazireo perché appartenente alla casta politico-religiosa dei Nazir alla quale il movimento rivoluzionario aveva affidato la propria propaganda secondo i canoni della morale esseno-zelota.
    g) Inizia la sua missione di propagandista rivoluzionario costituendo una banda di guerriglieri, autonominatasi “Boanerghes” (figli della vendetta), della quale fanno parte i suoi sei fratelli, i cui nomi sono Simone Barjiona, detto Cefa, Giacomo il Maggiore, detto Boanerghe, Giuda, detto Teuda, Giacomo il Minore, detto Zelota, Giuseppe e Menahem.
    Con questa banda di guerriglieri, partendo dalla sua regione Golanite, che si trova ai confini della Siria, percorre la Palestina per concludere la sua missione in Giudea con la conquista di Gerusalemme.
    e) Sotto le feste di Pasqua (era in questa ricorrenza che i rivoluzionari organizzavano le rivolte approfittando della confusione generata dal forte afflusso di pellegrini) viene catturato nel Getsemani e quindi crocifisso sotto l’accusa di promotore di una rivolta.

    Confronto storico-geografico tra Nazaret e Gamala.

    Come si vede dai due estratti sopra riportati, ci troviamo di fronte a due personaggi che, tolto qualche dato, come la paternità e la città da cui provengono, hanno tutto il resto in comune. Sono entrambi perseguitati da Erode perché vede in essi dei probabili rivali al trono di Gerusalemme quali discendenti della stirpe di Davide, sono tutti e due Rabbi, hanno lo stesso appellativo di “Galileo”, sono capi di due squadre composte da seguaci tra cui ci sono loro fratelli che hanno lo stesso nome, e iniziano, sia l’uno che l’altro, la loro missione dai confini della Siria per concluderla sotto le feste di Pasqua a Gerusalemme, dove vengono catturati nell’orto del Getsemani per essere crocefissi sotto l’accusa di rivoltosi.
    Lasciando da parte le paternità che non possono essere discusse su un piano storico perché quella di Giuseppe, attribuita a Gesù dai Testi Sacri, non è altro che il risultato di un’immaginaria elaborazione biblica, passiamo ad esaminare l’altra differenza che possiamo affermare essere la sola che si oppone a fare dei due personaggi la stessa persona, cioè quella riguardante le due città che vengono indicate come loro patrie; la città di Nazaret che viene attribuita a Gesù dai vangeli e la città di Gamella che viene attribuita a Ezechia, nonno di Giovanni, da Giuseppe Flavio.

    Nazaret.

    Lasciando l’annosa discussione riguardo la sua esistenza al tempo di Gesù che da alcuni è negata perché nessun documento ne parla prima del IX secolo, mentre da altri viene riconosciuta sotto forma di un piccolo raggruppamento di capanne dai tetti di paglia, procediamo nella dimostrazione della seconda prova considerando Nazaret nella sua posizione geografica leggermente collinare distante circa trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade.
    Analizzando i vangeli non si può non restare sorpresi dal fatto che le descrizioni che essi fanno della patria di Gesù non hanno nulla a che vedere con la realtà.
    Leggiamo insieme: “Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella Sinagoga. La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito ciò che dicevano, partì di là su una barca, ma visto che la gente restava sulla spiaggia guarì i malati e moltiplicò i pani e i pesci. Congedata la folla, salì sul monte e si mise a pregare. Dal monte vide che sotto, nel lago di Tiberiade, la barca degli apostoli era messa in pericolo dalle onde generate dal vento che si era improvvisamente levato”. (Mt. 13,2).
    Se la patria di Gesù è Nazaret, come viene affermato dalla Chiesa, e Nazaret è una città situata su una zona leggermente collinare e lontana dal lago di Tiberiade trentacinque chilometri, vorrei che almeno uno dei tre (don Enrico Righi, il card. Biffi e il Vescovo Carraro), ai quali mi sono rivolto perché mi dessero una prova, una soltanto, dell’esistenza storica di Gesù, mi spiegasse come possa esserci una riva, delle barche e un monte che si erge sul lago di Tiberiade.
    Una vera contraddizione che non può trovare nessuna giustificazione, anche la più assurda, dal momento che la troviamo ripetutamente confermata da tutti gli evangelisti come risulta dai passi sotto riportati:

    «Gesù si recò a Nazaret dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di Sabato nella sinagoga e si alzò a leggere... all’udire queste cose tutti furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero al ciglio del monte sul quale la città era situata per gettarlo giù dal precipizio, ma egli, passando in mezzo a loro se ne andò». (Lc. 4- 14 e segg.).

    «Quel giorno Gesù uscì di casa e, sedutosi in riva al mare (lago di Tiberiade), cominciò a raccogliersi intorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca». (Mt. 13- 1,2).

    «Sentendo ciò che diceva, una gran folla si recò da Gesù. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero... salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle andassero da lui... Entrò in casa e si radunò intorno a lui molta folla, al punto che non poteva neppure prendere cibo. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori lo mandarono a chiamare. Dopo aver spiegato chiaramente chi fossero realmente i suoi parenti, uscito di casa, Gesù si mise a insegnare di nuovo lungo il mare »...e come questi, tanti sono ancora i passi dei quattro evangelisti che, riferendosi alla città natale di Gesù, escludono nella maniera più evidente che Nazaret possa essere la sua patria almeno che non si voglia, e tutto è possibile alla fede, mettere barche in un paese che dista trentacinque ch! ilometri dal lago di Tiberiade e trasformare un pagliaio in una montagna.

    Gamala.

    Se la patria di Gesù non è Nazaret, quale è allora questa città a cui si riferiscono i vangeli? La risposta ci viene da un passo della “Guerra Giudaica” nel quale Giuseppe Flavio ci parla di Ezechia, padre di Giuda il Galileo e nonno di Giovanni, pretendente al trono di Gerusalemme quale appartenente alla casta degli Asmonei discendente della stirpe di Davide:
    «Ezechia era un Rabbi appartenente a famiglia altolocata della città di Gamala che era situata sulla sponda golanite del lago di Tiberiade. Questa città non si era sottomessa ai romani confidando nelle sue difese naturali. Da una montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s’innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti che di dietro, tanto da somigliare al profilo di un cammello (gamlà); da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l’esatta pronuncia del nome chiamandola Gamala. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po\' accessibile di dietro. Ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio. Le case costruite sui pendii erano fittamente disposte l’una sopra l’altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall’alto su se stessa. Affacciata a mezzogiorno, la sua s! ommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto di cui un dirupo privo di mura sprofondava in un profondissimo burrone».(Guerra Giud. IV -4,8).
    Basta rileggere uno solo dei passi evangeli citati per renderci conto che la città di Gesù, corrispondendo esattamente alla descrizione di Giuseppe Flavio, non è assolutamente Nazaret ma Gamala.

    Ma come è potuto accadere che gli evangelisti siano caduti in una simile incoerenza? La risposta è semplice: il capitolo riguardante la nascita di Gesù, nel quale viene dichiarata Nazaret come patria di Gesù, fu aggiunto in Matteo e in Marco quando i vangeli erano già stati scritti e pubblicati, cioè nel IV secolo allorché i Padri della Chiesa decisero di dare a Gesù una incarnazione attraverso una nascita terrena, incarnazione che fino ad allora era stata sostenuto essere avvenuta all’età di trent’anni, nel momento del battesimo ricevuto da Giovanni, per dichiarazione di Dio: «Questi è il mio figlio prediletto, che oggi ho generato».

    Perché fu scelto proprio Nazaret, quel paese che al tempo di Gesù poteva essere tutt’alpiù rappresentato da un insignificante villaggio formato da quattro capanna dai tetti di paglia e non una città di maggiore importanza come Cafarnao, Sefforis o altre? Perché dovevano far sparire quell’appellativo di Nazireo che, significando “attivista del movimento rivoluzionario”, avrebbe compromesso la trasformazione di un combattente Boanerges, figlio della vedetta, in un predicatore di pace e di perdono. E, così, ancora una volta, come in tante altre trasformazioni fatte per nascondere la natura originaria zelota dei discepoli (vedi “quananite”, in nativo di Cana, “Ecariot” in nativo di Keriot, “Galileo” nativo della Galilea), ricorrendo all’espediente geografico, trasformarono “Nazireo” in “Nazareno” quale oriundo della città di Nazaret.
    Trasformazione che, secondo gli esegeti, spinge ad un sorriso di compassione nella sua arrogante falsità se si considera che gli abitanti di Nazaret non si chiamano nazareni, ma “Nazaretani”.
    Dunque, se la patria di Gesù non è Nazaret ma Gamala, chi altri, in realtà, egli ha potuto essere se non quel figlio di Giuda il Galileo che, quale primogenito di sette fratelli, morì crocifisso per restaurare il regno di David di cui lui, quale asmoneo, ne pretendeva il trono?

    Queste sono le prime due prove che invio come risposta al silenzio della Chiesa alla mia richiesta di una prova sull’esistenza storica di Gesù, detto il Cristo, per la quale, se mi fosse fornita, sono pronto a ritirare subito la querela contro la Chiesa, nella persona di don Enrico Righi, per abuso di credulità popolare e sostituzione di persona.
    Ho detto le prime due perché altre ne seguiranno.

    Luigi Cascioli

    *** Non sono responsabile della veridicità delle affermazioni e delle fonti espresse dall'autore qui soltanto rilanciate.


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    permalink | inviato da televisione il 2/12/2007 alle 19:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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